La storia fallimentare del controllo dei prezzi: I Promessi Sposi

E’ un peccato che a scuola si impari, spesso, ad odiare i capolavori della letteratura italiana. Quanti si ricordano ad esempio questo pezzo, tratto dai Promessi Sposi, in cui Manzoni descrive in maniera splendida ed efficace quanto sia inutile e dannoso ogni tentativo di controllo dei prezzi?

I Promessi Sposi: Cap. XII

Di Alessandro Manzoni

Era quello il second'anno di raccolta scarsa. Nell'antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla né affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperìo della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ad essa, molti poderi più dell'ordinario rimanevano incolti e abbandonati da' contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro pane per sé e per gli altri, eran costretti d'andare ad accattarlo per carità. Ho detto: più dell'ordinario; perché le insopportabili gravezze, imposte con una cupidigia e con un'insensatezza del pari sterminate, la condotta abituale, anche in piena pace, delle truppe alloggiate ne' paesi, condotta che i dolorosi documenti di que' tempi uguagliano a quella d'un nemico invasore, altre cagioni che non è qui il luogo di mentovare, andavano già da qualche tempo operando lentamente quel tristo effetto in tutto il milanese: le circostanze particolari di cui ora parliamo, erano come una repentina esacerbazione d'un mal cronico. E quella qualunque raccolta non era ancor finita di riporre, che le provvisioni per l'esercito, e lo sciupinìo che sempre le accompagna, ci fecero dentro un tal vòto, che la penuria si fece subito sentire, e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come inevitabile effetto, il rincaro.

Ma quando questo arriva a un certo segno, nasce sempre (o almeno è sempre nata finora; e se ancora, dopo tanti scritti di valentuomini, pensate in quel tempo!), nasce un'opinione ne' molti, che non ne sia cagione la scarsezza. Si dimentica d'averla temuta, predetta; si suppone tutt'a un tratto che ci sia grano abbastanza, e che il male venga dal non vendersene abbastanza per il consumo: supposizioni che non stanno né in cielo, né in terra; ma che lusingano a un tempo la collera e la speranza. Gl'incettatori di grano, reali o immaginari, i possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un giorno, i fornai che ne compravano, tutti coloro in somma che ne avessero o poco o assai, o che avessero il nome d'averne, a questi si dava la colpa della penuria e del rincaro, questi erano il bersaglio del lamento universale, l'abbominio della moltitudine male e ben vestita. Si diceva di sicuro dov'erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti, appuntellati; s'indicava il numero de' sacchi, spropositato; si parlava con certezza dell'immensa quantità di granaglie che veniva spedita segretamente in altri paesi; ne' quali probabilmente si gridava, con altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là venivano a Milano. S'imploravan da' magistrati que' provvedimenti, che alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre parsi finora, così giusti, così semplici, così atti a far saltar fuori il grano, nascosto, murato, sepolto, come dicevano, e a far ritornar l'abbondanza. I magistrati qualche cosa facevano: come di stabilire il prezzo massimo d'alcune derrate, d'intimar pene a chi ricusasse di vendere, e altri editti di quel genere. Siccome però tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non hanno virtù di diminuire il bisogno del cibo, né di far venire derrate fuor di stagione; e siccome questi in ispecie non avevan certamente quella d'attirarne da dove ce ne potesse essere di soprabbondanti; così il male durava e cresceva. La moltitudine attribuiva un tale effetto alla scarsezza e alla debolezza de' rimedi, e ne sollecitava ad alte grida de' più generosi e decisivi. E per sua sventura, trovò l'uomo secondo il suo cuore.

Nell'assenza del governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova, che comandava l'assedio di Casale del Monferrato, faceva le sue veci in Milano il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo. Costui vide, e chi non l'avrebbe veduto? che l'essere il pane a un prezzo giusto, è per sé una cosa molto desiderabile; e pensò, e qui fu lo sbaglio, che un suo ordine potesse bastare a produrla. Fissò la meta (così chiamano qui la tariffa in materia di commestibili), fissò la meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto, se il grano si fosse comunemente venduto trentatre lire il moggio: e si vendeva fino a ottanta. Fece come una donna stata giovine, che pensasse di ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo.

Ordini meno insensati e meno iniqui eran, più d'una volta, per la resistenza delle cose stesse, rimasti ineseguiti; ma all'esecuzione di questo vegliava la moltitudine, che, vedendo finalmente convertito in legge il suo desiderio, non avrebbe sofferto che fosse per celia. Accorse subito ai forni, a chieder pane al prezzo tassato; e lo chiese con quel fare di risolutezza e di minaccia, che dànno la passione, la forza e la legge riunite insieme. Se i fornai strillassero, non lo domandate. Intridere, dimenare, infornare e sfornare senza posa; perché il popolo, sentendo in confuso che l'era una cosa violenta, assediava i forni di continuo, per goder quella cuccagna fin che durava; affacchinarsi, dico, e scalmanarsi più del solito, per iscapitarci, ognun vede che bel piacere dovesse essere. Ma, da una parte i magistrati che intimavan pene, dall'altra il popolo che voleva esser servito, e, punto punto che qualche fornaio indugiasse, pressava e brontolava, con quel suo vocione, e minacciava una di quelle sue giustizie, che sono delle peggio che si facciano in questo mondo; non c'era redenzione, bisognava rimenare, infornare, sfornare e vendere. Però, a farli continuare in quell'impresa, non bastava che fosse lor comandato, né che avessero molta paura; bisognava potere: e un po' più che la cosa fosse durata, non avrebbero più potuto. Facevan vedere ai magistrati l'iniquità e l'insopportabilità del carico imposto loro, protestavano di voler gettar la pala nel forno, e andarsene; e intanto tiravano avanti come potevano, sperando, sperando che, una volta o l'altra, il gran cancelliere avrebbe inteso la ragione. Ma Antonio Ferrer, il quale era quel che ora si direbbe un uomo di carattere, rispondeva che i fornai s'erano avvantaggiati molto e poi molto nel passato, che s'avvantaggerebbero molto e poi molto col ritornar dell'abbondanza; che anche si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro qualche risarcimento; e che intanto tirassero ancora avanti. O fosse veramente persuaso lui di queste ragioni che allegava agli altri, o che, anche conoscendo dagli effetti l'impossibilità di mantener quel suo editto, volesse lasciare agli altri l'odiosità di rivocarlo; giacché, chi può ora entrar nel cervello d'Antonio Ferrer? il fatto sta che rimase fermo su ciò che aveva stabilito. Finalmente i decurioni (un magistrato municipale composto di nobili, che durò fino al novantasei del secolo scorso) informaron per lettera il governatore, dello stato in cui eran le cose: trovasse lui qualche ripiego, che le facesse andare.

Don Gonzalo, ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende della guerra, fece ciò che il lettore s'immagina certamente: nominò una giunta, alla quale conferì l'autorità di stabilire al pane un prezzo che potesse correre; una cosa da poterci campar tanto una parte che l'altra. I deputati si radunarono, o come qui si diceva spagnolescamente nel gergo segretariesco d'allora, si giuntarono; e dopo mille riverenze, complimenti, preamboli, sospiri, sospensioni, proposizioni in aria, tergiversazioni, strascinati tutti verso una deliberazione da una necessità sentita da tutti, sapendo bene che giocavano una gran carta, ma convinti che non c'era da far altro, conclusero di rincarare il pane. I fornai respirarono; ma il popolo imbestialì.


La storia fallimentare del controllo dei prezzi: l'editto di Diocleziano (parte seconda)

I risultati dell’editto

Diocleziano non era stupido (ed infatti, dalle testimonianze sembra che sia stato tra gli imperatori più intelligenti). Sapeva che uno dei primi risultati del suo editto vi sarebbe stato un enorme aumento della tesaurizzazione. Ovvero che gli agricoltori, i mercanti e gli artigiani, non potendo aspettarsi di ricevere quello che consideravano un giusto prezzo per i loro prodotti, non li avrebbero proprio messi sul mercato ma avrebbero aspettato un cambio della legge (o della dinastia).

Stabilì allora che:

“si considererà colpevole anche chi, possedendo abbastanza beni per il vitto e l’utilizzo, abbia deciso di ritirarli dal mercato, poiché la pena [ovvero la morte] meriterebbe di essere più serva per chi causa la penuria che non chi se ne approfitta contro le leggi.” [1]

C’era poi un’altra clausola che prescriveva l’usuale pena per chiunque avesse comprato un bene ad un prezzo più alto di quanto fissato per legge: di nuovo, Diocleziano conosceva bene le normali conseguenze di questi tentativi di regolamentare l’economia. D’altra parte in almeno un aspetto questo editto era più illuminato (da un punto di vista economico) di tante regolamentazioni recenti. “In quei luoghi dove i beni sono abbondanti ,” dichiarava, “le felici condizioni di prezzi bassi non saranno ostacolate – e sia fatta ampia provvista di convenienza laddove l’avidità è frenata e tenuta sotto controllo.”[2]

Frammenti delle liste di prezzi sono state scoperte in circa trenta luoghi differenti, per la maggior parte nella porzione di impero che parlava greco. C’erano almeno 32 tabelle che coprivano più di un migliaio tra differenti prezzi e salari.

I risultati non furono sorprendenti e dalle parole dell’editto, come abbiamo visto, nemmeno inaspettati per l’imperatore. Secondo una testimonianza del tempo,

“quindi stabilì di regolare i prezzi di ogni prodotto. Ci fu molto sangue versato sulla base di racconti molto deboli e sospetti, e le persone non comprarono più sui mercato le loro provvisioni, siccome non potevano ottenere un prezzo ragionevole e questo incrementò così tanto la penuria generale che alla fine, dopo che tanti erano morti a causa sua, la legge fu messa a parte” [3]

Non è certo quanto del sangue a cui questo passaggio allude sia stato causato direttamente dal governo tramite la pena capitale promessa dalla legge e quanto invece sia stato causato indirettamente. Uno storico dei giorni nostri, Roland Kent, crede che gran parte del danno sia stato indiretto. Conclude che,

“In altre parole, i limiti ai prezzi fissati nell’Editto non erano osservati dai mercanti, nonostante che la violazione dello statuto prevedesse la pena capitale; i potenziali compratori, trovando che i prezzi erano al di sopra dei limiti legali, formarono delle bande e assaltarono i negozi dei mercanti, a volte uccidendoli, benché spesso i beni fossero cose di poco valore; accumularono questi beni in vista del giorno in cui le restrizioni sarebbero state rimosse e questo risultò in una maggiore scarsità di merci offerte in vendita causando un ulteriore incremento dei prezzi così che le uniche transazioni che avvenivano erano a prezzi illegali e quindi portate a termine clandestinamente”. [4]

Non si sa esattamente quanto a lungo l’editto rimase operativo: si sa, tuttavia, che Diocleziano, citando le fatiche del governo come causa della sua malattia, abdicò quattro anni dopo che l’editto sui prezzi e salari era stato promulgato. E’ certo che divenne lettera morta dopo l’abdicazione del suo autore. Meno di quattro anni dopo che era stata emanata la riforma della moneta associata con l’editto, il prezzo dell’oro nei confronti del denarius era salito del 250%.

Diocleziano non riuscì ad ingannare la gente e nemmeno a sopprimere la possibilità che le persone comprassero e vendessero al prezzo che ritenevano giusto. Il fallimento dell’editto e della “riforma” monetaria condussero al ritorno alla convenzionale irresponsabilità fiscale ed entro il 305 d.c. il processo di svilimento della moneta era di nuovo cominciato. Entro la fine del secolo questo processo avrebbe prodotto un incremento del 2000% del prezzo dell’oro in denarii.

M. Rostovtzeff, un grande storico del periodo romano, sintetizzato questa infelice esperienza nelle seguenti parole:

"Lo stesso espediente è stato spesso tentato prima e dopo di lui. Come misura temporanea in circostanze critiche può avere una qualche utilità. Ma come misura generale intesa per essere duratura, era certo che generasse un grande danno e causasse un terribile spargimento di sangue, senza portare nessun sollievo. Diocleziano condivideva quella pericolosissima credenza del mondo antico per cui lo stato è onnipotente, un credo che molti teorici moderni continuano a condividere".[5]

Vai alla prima parte

[1] Roland Kent, "The Edict of Diocletian Fixing Maximum Prices," The University of Pennsylvania Law Review, 1920, p. 44.

[2] Ibid., p. 43.

[3] Ibid., pp. 45–47.

[4] Kent, op. cit., pp. 39–40.

[5] M. Rostovtzeff, The Social and Economic History of the Roman Empire (Oxford: Oxford University Press, 1957).


La storia fallimentare del controllo dei prezzi: l'editto di Diocleziano (parte prima)

I prezzi determinati dal mercato non vanno mai bene. C’è chi li ritiene troppo alti e punta il dito contro gli speculatori al rialzo, c’è chi li ritiene troppo bassi ed accusa gli speculatori al ribasso. Spesso e volentieri si ritiene di conoscere quale sia il “giusto prezzo” dei beni e si chiede al governo di stabilizzarlo a quel livello, per evitare l”e oscillazioni causate dalla speculazione”.

Ovviamente sono solo parole a vuoto: ogni volta che un pianificatore ha deciso di fissare i prezzi di mercato le conseguenze non si sono mai fatte attendere e non sono state buone.

Questo pezzo di Rober Scheuttinger, tratto dal secondo capitolo di Forty centuries of wage and price controls, ci racconta le conseguenze del più grande tentativo nella storia di fissare arbitrariamente i prezzi di beni e servizi: l’editto di Diocleziano.

Di Robert L. Scheuttinger

L’editto di Diocleziano

Il più famoso ed esteso tentativo di controllare i prezzi ed i salari avvenne durante il regno dell’imperatore Diocleziano il quale, sfortunatamente per i suoi sudditi, non aveva studiato con attenzione la storia economica della Grecia. Siccome sia le cause dell’inflazione che Diocleziano tentò di mettere sotto controllo, sia gli effetti dei suoi sforzi sono ben documentati, è un episodio che vale la pena considerare in qualche dettaglio.

Poco dopo essere salito al trono nel 284 d.c., “i prezzi di merci di ogni genere ed i salari dei lavoratori raggiunsero livelli mai registrati in precedenza”. I documenti storici in grado di far luce sulle cause di questa rimarchevole inflazione sono limitati. Una delle rare fonti contemporanee che è sopravvissuta, il settimo capitolo del De Moribus Persecutorum, dà tutte le colpe a Diocleziano. Siccome tuttavia l’autore era un cristiano e poiché Diocleziano, tra le altre cose, fu un persecutore dei cristiani, dobbiamo prendere questa testimonianza cum grano salis. Nel suo attacco contro l’imperatori ci viene detto che gran parte dei problemi dell’economia dell’impero erano dovuti al massiccio incremento delle spese militari (ci furono diverse invasioni barbariche durante questo periodo), agli enormi progetti di costruzione (ricostruì gran parte della città che scelse come capitale in Asia Minore, ovvero Nicomedia), al seguente rialzo delle tasse ed all’impiego di un numero spropositato di funzionari governativi ed infine all’uso di schiavi per portare a termine gran parte del suo programma di lavori pubblici. [1] Diocleziano stesso, nel suo editto (come vedremo) attribuiva la colpa dell’inflazione interamente all’avarizia dei mercanti e degli speculatori.

Uno storico classico, Roland Kent, scrivendo per la University of Pennsylvania Law Review, conclude che i dati disponibili mostrano che le cause dell’inflazione di prezzi e salari sono molteplici. Nei 50 anni che precedono Diocleziano, c’era stata una successione di sovrani incompetenti, dal breve dominio, elevati al trono dai militari; questa era di governi deboli risultò in guerre civili, rivolte, incertezza generale e, ovviamente, instabilità economica. Ci fu certamente un significativo incremento nelle tasse, alcune delle quali giustificabili per la difesa dell’impero mentre altre furono spese per grandiosi lavori pubblici di dubbio valore. Aumentando le tasse, però, la base tassabili diminuì e divenne sempre più difficile raccoglierle, risultando in un circolo vizioso. [2]

Sembra chiaro che la singola principale causa dell’inflazione fu il drastico incremento nella massa monetaria dovuto alla svalutazione e svilimento delle monete. Nella tarda repubblica e durante il primo impero, la principale moneta romana era il denarius d’argento, il cui valore fu gradualmente ridotto sino a quando, negli anni prima di Diocleziano, gli imperatori coniavano monete interamente in rame e solo con una sottile patina d’argento, che venivano però ancora chiamate “denarius”. La legge di Gresham, ovviamente, divenne operativa e le monete d’oro ed argento vennero naturalmente tesaurizzate e sparirono dalla circolazione.

Nel cinquantennio che precede la morte di Claudius Victorinus nel 268 .d.c. il contenuto argenteo nelle monete romane diminuì sino ad un cinque-millesimo del suo livello originario. Con il sistema monetario in totale disfacimento, il commercio che era stato il marchio di fabbrica dell’impero lascò il posto al baratto e l’attività economica si spense.

La classe media fu praticamente distrutta ed il proletariato fu ridotto velocemente al livello di servitù. A livello intellettuale il mondo era caduto in uno stato di apatia da cui nulla l’avrebbe risollevato. [3]

In mezzo a questa palude intellettuale e morale arrivò l’imperatore Diocleziano che si incaricò di riorganizzare la società con grande vigore. Sfortunatamente il suo zelo superò la sua comprensione delle forze economiche in gioco nell’impero.

Nel tentativo si superare la paralisi associata ad una burocrazia centralizzata, decentrò l’amministrazione dell’impero e creò tre nuovi centri di potere sotto il comando di tre “imperatori associati”. Siccome la moneta era completamente senza valore, progettò un sistema di tasse basato su pagamenti in natura. Questo sistema ebbe l’effetto, tramite l’aescripti glebae, di distruggere totalmente le libertà delle classi più deboli – divennero servi e furono legati al terreno in modo che il flusso di tasse continuasse a fluire.

Le “riforme” che sono di maggiore interesse, tuttavia, sono quelle relative alla moneta, ai prezzi ed ai salari. La riforma della moneta giunse per prima e fu seguita, dopo che divenne chiaro che era stata un fallimento, dall’editto dei prezzi e dei salari. Diocleziano aveva tentato di instillare un senso di fiducia pubblica nella moneta ponendo termine alla produzione di monete svilite in oro ed argento.

Secondo Kent,

Diocleziano prese il toro per le corna e coniò un nuovo denarius di rame e senza pretese che fosse composto da altri metalli; nel farlo stabilì un nuovo standard di valore. L’effetto di questa mossa sui prezzi non richiede particolari spiegazioni; ci fu un riaggiustamene verso l’alto, molto verso l’alto. [4]

Il nuovo sistema monetaria diede una certa stabilità dei prezzi per un certo tempo ma sfortunatamente, secondo Diocleziano, il livello dei prezzi era ancora troppo alto e fu quindi messo di fronte ad un nuovo dilemma.

La ragione principale per la sopravvalutazione del valore della moneta era, ovviamente, funzionale al mantenimento di una grande armata ed una estesa burocrazia – l’equivalente di un governo moderno. Diocleziano dovette scegliere se continuare a coniare un denarius che valeva sempre di meno oppure se tagliare le “spese governative” e quindi ridurre la necessità di coniare moneta. In termini moderni poteva continuare ad inflazionare o iniziare un processo di deflazione dell’economia.

Diocleziano decise che la deflazione, ottenuta riducendo i costi civili e militari del governo, era impossibile. D’altro canto,

inflazionare sarebbe stato ugualmente disastroso nel lungo periodo. Era stata l’inflazione a portare l’impero sull’orlo del completo collasso. La riforma del sistema monetario era stata fatta per mettere freno a questo male e stava diventando dolorosamente evidente che non avrebbe potuto avere successo. [5]

Fu in queste apparentemente disperate circostanze che Diocleziano, determinato ad inflazionare, decise di farlo in un modo che credeva avrebbe evitato che ci fossero ripercussioni sui prezzi. La strategia fu di fissare il prezzo di beni e servizi e simultaneamente sospendere la libertà dei cittadini di decidere quanto vale la valuta ufficiale. Il famoso editto del 301 d.c. fu scritto proprio per raggiungere questo obiettivo. Chi lo progettò sapeva benissimo che a meno che non fosse imposto un valore universale per il denarius in termini di beni e servizi – un valore che era totalmente disallineato da quello reale – il sistema che avevano costruito era destinato a fallire. Perciò l’editto fu persuasivo nel suo voler coprire ogni cosa e severissimo nelle pene.

L’editto fu proclamato nel 301 d.c. e secondo Kent, “il suo preambolo è abbastanza lungo e scritto in un linguaggio che è difficile, oscuro e prolisso come pochi altri scritti in latino”.[6] Evidentemente Diocleziano intendeva rimanere sulla difensiva mentre annunciava una legge così rivoluzionaria, che avrebbe condizionato la vita di ogni persona dell’impero in ogni giorno della settimana; utilizzò considerevoli artifici retorici per giustificare le sue azioni, retorica che era stata usata già prima di lui e che fu riutilizzata, con delle variazioni, molte volte in futuro.

Inizia elencando i suoi tanti titoli e poi va vanti annunciando che “E’ un onore ed è degno per la nazione e la grandezza di Roma chiedere che la buona sorte per il nostro Stato… sia anche fedelmente amministrato… certo se un qualche spirito di autocontrollo tenesse a freno queste pratiche che sono infiammate dalla crescente e smisurata avidità… allora ci sarebbe ancora posto per chiudere gli occhi e rimanere in pace, perché la resistenza unita delle mente umani potrebbe alleviare queste detestabili enormità e pietose condizioni [ma siccome non è probabile che l’avidità si autocontrolli]… sembra a noi, che siamo vigili genitori della intera razza umana che la giustizia funga da arbitro in questo caso, in modo che i rimedi che il nostro pensiero ci suggerisce portino a raggiungere, per il sollevo di tutti, quel risultato a lungo sperato, che l’umanità non riesce a raggiungere da sola[7]

In “The common people of Ancient Rome”, Frank Abbot riassume l’essenza dell’editto con le seguenti parole:

Nel suo tentativo di abbassare i prezzi a ciò che considerava un livello normale, Diocleziano non si accontentò di mezze misure [..] ma fissò risolutamente il prezzo massimo al quale la carne, il grano, le uova, i vestiti e tutti gli altri articoli dovevano essere venduti [ed anche i salari di tutti i lavoratori] e prescrisse la pena di morte per chiunque avesse venduto i suoi beni ad un prezzo maggiore. [8]

Vai alla seconda parte


[1]Roland Kent, "The Edict of Diocletian Fixing Maximum Prices," The University of Pennsylvania Law Review, 1920, p. 37.

[2] Ibid., pp. 37–38

[3] H. Michell, "The Edict of Diocletian: A Study of Price-Fixing in the Roman Empire," The Canadian Journal of Economics and Political Science, February 1947, p. 3.

[4] Kent, op. cit., p. 39.

[5] Michell, op. cit., p.5

[6] Kent, op. cit., p. 40.

[7] Ibid., pp. 41–42.

[8] Frank Abbot, The Common People of Ancient Rome (New York: Scribner, 1911), pp. 150–151.


Confondere causa ed effetto

In televisione non lo sentirete mai dire ma secondo gli economisti la crisi è in gran parte colpa vostra. Sì, certo, ci sono stati tutti quei casini nei mercati finanziari, sono fallite delle banche, gli Stati hanno deciso di intervenire e scaricare i costi sui contribuenti ma basterebbe poco per far terminare questa crisi e far tornare tutti prosperi e felici.

“Dovete spendere gente! Mettete mano al portafoglio e spendete! Comprate qualsiasi cosa, indebitatevi fino al collo e ripartirà l’economia!”

Ovviamente non sentirete queste precise parole ma il succo è quello. L’idea che è alla base di questo ragionamento deriva dalla teoria keynesiana.

Secondo Keynes, in tempi normali, c’è un alto livello di occupazione e tutti spendono tranquilli il loro reddito. Poiché la mia spesa dal panettiere diventa il suo reddito allora si può parlare d di flusso circolare di denaro nell’economia.

Ma se capita qualcosa che fa cadere la fiducia dei consumatori allora questi ultimi potrebbero cercare di mettere via da parte del denaro in attesa di tempi più duri. Ma poiché la mia spesa è parte del tuo reddito allora la mia decisione di mettere da parte del denaro non fa altro che peggiorare le cose per te. Anche tu allora spenderai di meno generando un circolo vizioso che renderà le cose peggiori per tutti (il famoso paradosso del risparmio)

La soluzione, secondo Keynes, è che la Banca Centrale stampi un sacco di soldi e li metta nelle mani della gente, facendo ritornare la fiducia e facendo ripartire il sistema. Vabbé c’è quel piccolo problema dell’inflazione, ma chi se ne importa!

A volte però, sempre secondo Keynes, si può cadere nella trappola della liquidità, ovvero voi consumatori, spaventati come siete, continuate a rifiutarvi di spendere anche se le stampanti della Fed lavorano a pieno regime (almeno lì non c’è mai crisi!). In questo caso, scrive Keynes, se non volete spendere voi, dovrà pensarci lo Stato!

I Giapponesi però, che sono sempre all’avanguardia e che seguendo i consigli di Keynes sono in una depressione economica da quasi 20 anni, ora hanno la soluzione finale a questo annoso problema.

Se la montagna non va da Maometto, sarà Maometto ad andare alla montagna. Se i consumatori non vogliono spendere i loro contanti, basterà abolire il denaro contante!

Questi approcci, in realtà, vanno come al solito a confondere la causa con l’effetto. Perché , infatti, la gente accumula denaro nel suo portafoglio e non corre a spenderlo? Ce lo spiega Rothbard

Supponiamo che tutti noi fossimo capaci di predire il futuro con assoluta certezza. In questo caso, nessuno avrebbe bisogno di contanti. Ognuno saprebbe esattamente quanto spenderà e quanto guadagnerà a tutte le date future. Si presterebbe allora tutto l’oro in modo da ricevere i pagamenti esattamente alle date fissate per regolare i costi di tutte le spese. Ma naturalmente noi viviamo di necessità in un mondo di incertezza. La gente non sa di preciso che cosa accadrà e quali saranno le entrate e uscite future. Più si sente incerta e timorosa e più liquidità vorrà mettere da parte; quanto più si sente invece sicura, tanto meno avrà bisogno di accumulare contanti. Un’altra ragione per tenere contanti dipende dall’incertezza del mondo reale. Se la gente pensa che il prezzo della moneta scenderà nel futuro prossimo, spenderanno adesso che la moneta ha più valore, riducendo così l’incetta e riducendo la domanda di moneta. Se invece ci si attende una rivalutazione della moneta, gli acquisti saranno ritardati finché la moneta avrà più potere d’acquisto e in questo modo aumenterà la domanda di liquidità. La domanda della gente per liquidità contante sale e scende quindi per buone ragioni.

Gli economisti sono in errore quando pensano che c’è qualcosa che non va se la moneta non è in una “circolazione” continua. La moneta è utile solo per il suo valore di scambio, ma non è utile solo nel momento fattuale dello scambio. Questa verità è stata spesso ignorata. La moneta è utile anche quando rimane inattiva nei contanti di una persona, anche negli accaparramenti dell’avaro. La sua utilità consiste nel permettere al suo proprietario in ogni momento, presente o futuro, di intraprendere gli scambi che desidera. Si deve inoltre ricordare che ogni porzione di oro deve essere nella proprietà di qualcuno, e che deve pur essere la liquidità di qualcuno. Se ci sono 3000 tonnellate di oro nella società, esse devono per forza far parte della liquidità di membri della società. La somma totale della liquidità privata sarà la quantità totale di moneta presente nella società.

Così come la febbre è la reazione del corpo umano contro una infezione virale, così la tesaurizzazione è la difesa contro l’incertezza del futuro. Non è eliminando il denaro contante che torna la fiducia nell’economia così come non è eliminando la febbre che si guarisce dall’influenza.


Greenspan: "Se c'è una banca centrale non esiste un libero mercato"

Le agenzie governative hanno la peculiarità di acquistare più potere tramite i loro errori. Non fa eccezioni la Fed, la più potente delle agenzie governative, che dopo aver causato la bolla immobiliare e dopo aver portato al disastro economico degli ultimi mesi, ora riceverà ancora più poteri per salvare il libero mercato da sé stesso, regolare gli enti finanziari ed “evitare ulteriori rischi in caso di crac dell'economia”

Insomma, dopo aver dato alla volpe le chiavi del pollaio, ora Obama consegna gentilmente anche la chiave della porta posteriore, casomai la porta principale si bloccasse per l’umidità.

Proprio in questi giorni è tornata alle cronache una vecchia intervista di Greenspan al Daily Show di Jon Stewart, datata settembre 2007, in cui il comico americano poneva alcune semplici, ma dirompenti, domande al grande “Maestro”.


The Daily Show With Jon StewartMon - Thurs 11p / 10c
Alan Greenspan
thedailyshow.com
Daily Show
Full Episodes
Political HumorJason Jones in Iran


Ecco una traduzione di alcune battute:

Stewart: (dopo che Greenspan ha spiegato l’effetto delle mosse inaspettate della Fed sui mercati) . Quindi la Fed o chiunque ne sia alla guida, se volesse potrebbe rovinarci tutti.

Greenspan: (sorridendo) Non lo vorresti..

Stewart: Quando dici “Open market” io penso sempre… ma perché abbiamo la Fed? Non dovrebbe essere il mercato a determinare i tassi di interesse ed il resto? Perché abbiamo qualcuno che fissa i tassi di interesse se siamo in una società di libero mercato?

Greenspan: Non avevamo bisogno di una banca centrale mentre eravamo nel Gold Standard… la gente avrebbe venduto e comprato oro ed i mercati avrebbero fatto ciò che la Fed fa oggi… per gli anni 30 quasi tutti nel mondo decisero che il Gold Standard stava strangolando l’economia e quindi fu universalmente abbandonato…

….ora serve qualcuno o qualche meccanismo per determinare quanta moneta ci deve essere perché il quantitativo di moneta in un economia determina il quantitativo di inflazione.

Stewart: Quindi non siamo in un mercato libero – c’è un’invisibile, c’è una “benevola” mano che ci tocca..

Greenspan: Hai assolutamente ragione. Laddove c’è una banca centrale che determina il quantitativo di moneta nel sistema, quello non è un mercato libero, e molta gente la chiama “regolamentazione”

Stewart: Quando abbassate il tasso di interesse, indirizzate il denaro verso il mercato azionario ed abbassate il rendimento che le persone ricevono sui loro risparmi

Greenspan: Sì, certamente

Stewart: Quindi hanno fatto una scelta – “Ci piacerebbe favorire quelli che investono in azioni e non quelli che risparmiano”…

Greenspan: Questo è ciò che accade ma non è come lo pensiamo noi.

Stewart: Spiegami. Mi sembra che noi favoriamo gli investimenti ma non favoriamo il lavoro. La maggioranza delle persone lavora, paga le tasse ed usa le banche. E poi c’è quest’altro mondo degli hedge fund e scommette al ribasso.. sai mi sembra spazzatura. E loro continuano a dire, “no no no, non preoccupatevi, è il Libero Mercato, è il motivo per cui noi viviamo in case così grandi”. Ma in realtà è la Fed o qualcosa di simile, no?

Greenspan: Penso che dovresti rileggere il mio libro..

Stewart: Sbaglio o penalizziamo il lavoro non facendo la scelta di ..
Greenspan: No, quello che un sistema monetario sano fa è stabilizzare gli elementi che sono al suo interno e ridurre l’incertezza che la gente deve affrontare e quando la gente si trova davanti all’incertezza allora si ritira e reduce l’attività economica

Stewart: Quindi si tratta solo di percezione. Riguarda il far credere alla gente che il sistema funziona. Se il mercato azionario va su la gente si sente tranquilla e spende, se si abbassa la gente si sente meno tranquilla?


Greenspan: Bene.. uh… penso che tu debba capire che ci sono certi aspetti nella natura umana che si muovono esattamente nel modo in cui tu hai descritto. Il problema è che periodicamente diventiamo tutti un po’ troppo euforici mentre stiamo pensando che tutto vada bene e non ci saranno problemi, non capiterà mai nulla di negativo e poi ci capita…Oh NO!

Stewart: E quindi funziona poi al contrario

Greenspan: Esatto

Stewart: Grande paura.

Greenspan: Dicevo giusto l’altro giorno ai miei colleghi… Ho avuto a che fare con questi grandi modelli matematici che prevedono come andrà l’economia e poi ho guardato a ciò che è successo nelle scorse settimane ed ho detto: “Sapete, se potessi trovare un modo per determinare se la gente ha paura o meno, o sta diventando euforica… non mi servirebbe nessun altro aggeggio. Potrei predire l’economia meglio che in ogni altro modo che conosco. Il problema è che non riusciamo a trovare il modo di farlo. Sono stato per 50 anni nel campo delle previsioni economiche e non ne so di più oggi di quanto ne sapessi allora e questo vale per tutti.”


La guerra fa uscire dalla crisi?

Il pezzo che segue è tratto dal libro Meltdown, di Thomas Woods, ci spiega perché non è vero che la Seconda Guerra Mondiale, con il suo grande programma di spesa pubblica, ha fatto uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione.

di Thomas Woods

Quando qualcuno sostiene che il New Deal, dopo tutto, non ha risollevato il paese dalla Grande Depressione, la risposta più sentita è che durante gli anni 30 la spesa del governo non è stata sufficiente e che se un numero maggiore di risorse fosse stato preso dal settore privato e speso in opere pubbliche, la prosperità sarebbe stata ripristinata.

Ancora oggi molti Keynesiani cercano di sostenere che la brusca recessione del 1937-1938, una specie di depressione dentro la depressione, sia stata causata dalla decisione del governo federale di diminuire il deficit e quindi spendere meno in opere pubbliche. Da questa storia manca il fatto che i salari monetari siano aumentati del 13,7 per cento nei primi nove mesi del 1937, grazie all’intensa opera dei sindacati dopo la decisione favorevole della Corte Suprema riguardo il National Labor Relations Act del 1935. Questa impennata nei salari non si è tradusse in un incremento di produttività e non era in linea con nessun aumento dei prezzi. Naturalmente il risultato fu che l’occupazione calò e l’attività economica ebbe un brusco rallentamento. L’incremento nel costo del lavoro accompagnato a vari programmi di assistenzialismo non fece che aggravare il problema. In breve non dobbiamo farci ingannare dall’affermazione per cui una insufficiente spesa governativa sia stata la causa dei mali di quegli anni [1]

Secondo Paul Krugman, “Ciò che salvò l’economia, ed il New Deal, fu l’enorme opera pubblica conosciuta come Seconda Guerra Mondiale, che finalmente fornì lo stimolo fiscale adeguato ai bisogni dell’economia”.[2]

Questa stupefacente e bizzarra mancanza di comprensione di ciò che avvenne deve essere smentita, perché troppe proposte attuali sono basate sulla medesima e stupida idea per cui sino a quando la spesa del governo ed il debito pubblico rimangono abbastanza grandi, il risultato è la prosperità.

C’è qualcosa di vero ella nozione per cui la Seconda Guerra Mondiale ha stimolato l’economia americana? Certamente è vero che la disoccupazione è calata sostanzialmente durante la guerra ma non ci vuole molto a capire che questo è ciò che accade quando il 29% della forza lavoro pre-bellica viene richiamato alle armi.

Lo storico dell’economia Robert Higgs, in un paio di articoli che sono apparsi nelle riviste specializzate durante gli anni 90, ha portato il più efficiente assalto contro questo vecchio mito della prosperità durante la guerra. Quando l’Oxford University Press ha pubblicato il suo libro “Depressione, guerra e guerra fredda” nel 2006, la tesi di Higgs aveva già cominciato a farsi strada anche nei testi universitari.

Higgs ci chiede di considerare le improvvise e severe limitazioni di risorse che afflissero l’economia americana durante quegli anni. Con il 29% dei lavoratori trasferiti nell’esercito lungo tutto l’arco della guerra, il loro posto fu preso da uomini anziani, donne ed adolescenti con poca esperienza lavorativa. Dobbiamo davvero credere che un’economia che soffre di queste difficoltà tuttavia è riuscita ad ottenere una crescita annuale del prodotto interno lordo del 13% in termini reali, un risultato mai più replicato, prima e dopo, nella storia americana? E dobbiamo anche credere che quando la forza lavoro originale fu ripristinata alla fine della guerra, il prodotto dell’economia americana crollò del 22 per cento nel biennio seguente?

Non è una buona credenziale per la teoria economica mainstream il fatto che così tanti dei suoi studenti abbiano creduto a questo assurdità per così tanto tempo. Un critico potrebbe obiettare che queste conclusioni vengono tratte direttamente da ciò che i dati statistici ci dicono. Bene, non potrebbe allora esserci forse qualcosa di marcio in queste statistiche, visto che ci conducono a delle conclusioni assurde?

Il problema è che le statistiche del reddito nazionale raccolte durante la guerra sono senza significato. Il prodotto interno lordo è un valore aggregato di dubbia utilità anche in tempi normali ma durante la guerra è stato più ingannevole del solito. Soltanto la libera interazione tra compratori e venditori , l’azione della domanda e dell’offerta, può dar luogo a prezzi che abbiano un qualche significato all’interno del mercato. Se il governo dovesse pretendere, unilateralmente e in maniera isolata dal mercato, che “da oggi in poi il prezzo delle uova è di 10$ l’una e ne ordiniamo un milione,” quale nuova conoscenza delle reali condizioni economiche porterebbe l’aver moltiplicato un prezzo arbitrario di 10$ per un milione di uova, arrivando alla cifra di 10 milioni di dollari, ed averlo aggiunto al reddito nazionale?

Ma questo è ciò che è accaduto durante la guerra. Con almeno due quinti del prodotto nazionale ora parte della macchina bellica, con larghe porzioni del resto dell’economia sotto vari tipi di controllo e con effetti di spillover su tutta l’economia, il sistema dei prezzi è diventato sempre più arbitrario. I prezzi non nascevano più dalla libera interazione di venditori e compratori. Venivano imposti dal governo e non riflettevano la scelta dei consumatori. Sommare tra loro un gruppo di numeri determinati in modo arbitrario ci dà come risultato… un grande numero determinato in modo arbitrario. Ma è su questi numeri, ovvero le stime del prodotto nazionale lordo durante la guerra, che è basata la favola della prosperità durante quegli anni. [3]

In tutto questo i consumatori hanno dovuto sopportare razionamenti, una qualità decrescente dei prodotti, l’impossibilità di acquistare prodotti come nuove case, automobili, elettrodomestici ed un incremento nelle ore di lavoro settimanali. Ma quanto è significativo un “boom” in cui il benessere dei consumatori è soggetto a queste costrizioni? Eppure è questa la “grande prosperità”.

Inoltre venne detto che a guerra finita, con i nostri ragazzi che tornavano a casa e la spesa militare che veniva tagliata, il paese avrebbe dovuto sprofondare di nuovo nella depressione. Ma accadde esattamente l’opposto, ovviamente: il 1946 fu un anno di fantastica prosperità, in cui il settore privato vide il picco di crescita più alto nella storia americana.

Questo è un grande mistero per una certa scuola di economisti ma è buon senso per tutti gli altri: quando si torna a produrre ciò che serve ai consumatori e la forza lavoro aumenta e migliora, l’economia non può che migliorare.

Eppure la contabilità nazionale mostra un grande declino nella prosperità degli Stati Uniti nel 1946 - un’altra assurdità - ma se ascoltiamo i consigli dei cattivi economisti e prendiamo come buone le statistiche durante la guerra, allora dobbiamo considerare che quegli stessi aggregati statistici ci dicono che l’economia ha avuto una brusca frenata nel 1946. La salute del settore privato, ovvero là dove viene generata la ricchezza, è stata però molto precaria durante la guerra ed eccellente dopo.

Queste sono davvero solo considerazioni di buon senso

Se spendere in armi rende davvero un paese ricco allora gli Stati Uniti ed il Giappone dovrebbero fare ciò che segue.

Ognuno dovrebbe costruire la più grande flotta navale della storia, una flotta gigante di navi enormi, potentissime e tecnologicamente avanzate. Le due flotte dovrebbero poi incontrarsi in mezzo al Pacifico. Naturalmente, siccome si vuole evitare la perdita di vite umane, tutto il personale dovrebbe essere evacuato dalle navi. A questo punto gli Stati Uniti ed il Giappone dovrebbero affondarsi reciprocamente le flotte.

In seguito dovrebbero festeggiare quanto sono diventati più ricchi nel destinare la forza lavoro, acciaio ed innumerevoli altre risorse alla produzione di cose che sono finite nel fondo dell’oceano. [4]

[1]Salerno, “Money and Gold in the 1920s and 1930s: An Austrian View”; anche Richard K. Vedder e Lowell E. Gallaway, “Out of work: Unemployment and Government in Twentieh-Century America (New York: Holmes & Meier, 1993), ch. 7

[2] Paul Krugman, “Franklin Delano Obama?” New York Times, 10 novembre, 2008

[3] Robert Higgs, “Depression, War and Cold War

[4] Jon Basil Utley ha inventato questo esperimento mentale


Criceti austriaci

Se si escludono pochissime eccezioni, l’opinione generale è che la crisi economica sia stata provocata dagli eccessi del mercato e dalle deregulation.

Anche il Sole 24 ore “spiega” la crisi in questo modo e se anche nomina di sfuggita la Federal Reserve e la sua politica monetaria, tuttavia evita di spiegare il nesso causale che intercorre tra le iniezioni di liquidità nel sistema bancario ed il crollo dell’economia reale dopo lo scoppio della bolla immobiliare. Se infatti uno si chiede perché lo scoppio di una bolla finanziaria negli Stati Uniti abbia trascinato nella crisi le imprese di mezzo mondo, non troverà risposta nelle animazioni del Sole 24 ore.

La spiegazione, lo sappiamo, arriva dalla teoria austriaca del ciclo economico, ma per chi è a digiuno di teoria economica può essere molto difficile comprenderla. Visto che tutti si dilettano a spiegare i modelli economici con modelli esemplificativi, voglio proporvene uno anche io: la “teoria austriaca del criceto sulla ruota”.

Immaginiamo di osservare un criceto che sta correndo all’interno di una ruota girevole. Difficilmente il nostro roditore conosce sin da subito il suo “ritmo aerobico” per cui vi arriva per tentativi, aumentando la sua velocità e poi rallentando per riposare. Man mano che corre, poi, allena il suo fisico e questo gli consente di aumentare gradualmente le sue prestazioni

Ad un certo però punto interveniamo noi e decidiamo, quando il criceto inizia a rallentare, di stimolare il suo metabolismo iniettandogli dei farmaci (ad esempio delle anfetamine) che aumentino le sue prestazioni.

Ciò che osserviamo è che il criceto riprende a correre più velocemente di prima, almeno sino a quando, esausto, non rallenta nuovamente e si ferma per riposare. Durante lo sprint il criceto ha mantenuto un ritmo insostenibile per il suo metabolismo e così facendo ha consumato ulteriormente le sue energie ed ha riempito i muscoli di acido lattico, senza contare che i farmaci non gli hanno certamente fatto bene!

Il fatto che ora il criceto si sia fermato a riposare è forse colpa del suo metabolismo oppure è una conseguenza del precedente stimolo?

Certamente una nuova iniezione di farmaco potrebbe far ripartire il criceto ma il rischio è che proseguendo con le iniezioni e dovendo ogni volta aumentare la dose per ottenere il risultato voluto, si rovini definitivamente la salute del criceto, provocandone la morte.

C’è chi sostiene che una “regolamentazione” possa risolvere i problemi del nostro roditore ma non è certo regolamentando le iniezioni di stimolanti che si ottiene un criceto sano che corre felice sulla sua ruota ma eliminandole e lasciando che il criceto rallenti il ritmo e si riposi quando è stanco.