Questo è il video del discorso di Peter Schiff all'Austrian Scholars Conference, tenuto il 13 Marzo scorso. E' un po' lungo ed in inglese (qui trovate il transcript) ma ci conduce per mano dentro le assurdità della bubble economy.
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In una lunga intervista al Sole 24 ore, l’ex ministro Padoa Schioppa, quello delle “tasse bellissime”, parla della crisi economica e propone, come “lezione per il futuro,” un suo sogno: l’adozione di una moneta unica globale.
Non lo chiedono solo i cinesi. Ne parlano da tempo una delle menti economiche più acute della nostra epoca come Robert Mundell e un autorevolissimo ex banchiere centrale americano come Paul Volcker. [..]In ogni caso, da ex banchiere centrale penso che quando si parla di standard globali, prima ancora che a quelli legali si debba guardare a quello monetario, che è un fatto economico funzionale, seppure vincolato a un substrato legale. Insomma, credo proprio che questa crisi ponga il problema di un nuovo standard monetario internazionale. La sua assenza e l'assenza della disciplina che esso imporrebbe sono una delle cause profonde della crisi attuale.
Innanzitutto Padoa Schioppa ha citato Mundell e Paul Volcker. Vediamo che cosa dicevano:
Il rimedio migliore a tutti i guai dell’economia mondiale sarebbe (e adesso ci inoltriamo nel regno del lunghissimo periodo) la creazione di una moneta unica globale. Potrebbe essere una nuova moneta, e qualora non fosse possibile, una valuta già dominante potrebbe prestarsi al gioco. Tutte le altre valute mondiali potrebbero agganciarvisi. Magari proprio il dollaro potrebbe avere questa funzione”. A sostegno di ciò che afferma profeticamente, Robert Mundell cita Paul Volcker che sosteneva che “un’economia globale ha bisogno di una moneta globale”
Possiamo dire subito una cosa. Quando parlano di “nuova valuta mondiale” questi personaggi hanno in mente una moneta “di carta”, una fiat money inflazionabile a piacere dal pianificatore di turno. Se anche Padoa Schioppa parla di “assenza di disciplina” del sistema attuale, quello che intende in realtà è assenza di coordinamento tra le banche centrali mondiali nel gestire il processo inflazionarlo.
Se invece avesse voluto veramente parlare di “disciplina”, avrebbe sicuramente sostenuto l’adozione di una moneta merce, come l’oro, quale standard globale. Parlando del gold standard, Padoa Schioppa non manca di notare che
“Se ci fosse stato ancora quell'aggancio, negli ultimi anni i paesi che accumulavano ingenti disavanzi esterni - come gli Stati Uniti - avrebbero dovuto convertirne una parte proprio in oro; la conseguente scarsità di riserve auree li avrebbe obbligati a correggere la rotta.”
Ma quello di Bretton Woods era un gold standard finto e nulla impedì a Nixon di togliere anche l’ultimo velo e mostrare al mondo che non vi era nessun “aggancio” all’oro e che si poteva continuare tranquillamente così, inflazionando a piacere.
Ma qual è il vero obiettivo?
Nella sua lezione del 1974, Hayek aveva denunciato l’arroganza dei pianificatori, che pretendono di possedere una conoscenza che non hanno e non potranno avere mai. Nel caso della moneta, la presunzione è che l’impossibilità di gestire il sistema monetario a livello nazionale possa essere superata se questa gestione diventa globale.
Se quindi la politica inflazionaria non è riuscita a ottenere i risultati promessi, ovvero prosperità e una piena occupazione, secondo i pianificatori ciò è dovuto al fatto che non essi hanno abbastanza potere.
In realtà, come ricorda Rothbard
l’obiettivo massimo della maggior parte dei leader politici americani e mondiali è la vecchia visione keynesiana di un sistema basato su un’unica moneta cartacea a corso forzoso, una nuova unità monetaria emessa da una Banca di Riserva Mondiale (BRM). Che la nuova moneta sia chiamata “bancor” (secondo la proposta di Keynes), “unita” (proposto da Harry DexterWhite, funzionario del Tesoro americano durante la seconda guerra mondiale) o “phoenix” (suggerito dall’Economist) non è importante. L’aspetto essenziale è che tale moneta cartacea internazionale, sebbene immune dalle crisi delle bilance dei pagamenti (perché
Insomma il sogno di Padoa Schioppa sarebbe un incubo per tutti noi.
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Nel mondo alla rovescia della macroeconomia keynesiana la virtù del singolo diventa vizio per la nazione e viceversa. Si loda chi spende tutti i suoi soldi perché la sua spesa "fa girare l'economia", si condanna chi risparmia perché "un dollaro risparmiato non circola nell'economia e risparmi più alti significano meno vendite e meno profitti per le imprese in difficoltà".
Questi sono gli effetti che si vedono. Ma quali sono gli effetti "che non si vedono"?
Ce li racconta Fredéric Bastiat con un pamphlet che ha ormai più di 150 anni (si ringrazia www.societalibera.org per la traduzione)
Certi miti sono proprio duri a morire.
Ciò che si vede e ciò che non si vede
Il Risparmio ed il lusso
di Fredéric Bastiat
Non è soltanto in materia di spese pubbliche che ciò che si vede nasconde ciò che non si vede. Lasciando nell'ombra metà dell'economia politica, questo fenomeno induce ad una falsa morale. Porta le nazioni da considerare antagonistici i loro interessi morali ed i loro interessi materiali. Nulla di più di scoraggiante e più di triste! Vedete: non ci sono padri di famiglia che non si facciano un dovere di insegnare ai loro bambini l'ordine, la sistemazione, lo spirito di conservazione, l'economia, la moderazione nelle spese. Non ci sono religioni che non tuonino contro il fasto ed il lusso. Molto bene; ma, d'altra parte, quanto sono popolari queste sentenze:
Risparmiare, è essiccare le vene del popolo.
Il lusso dei grandi fa l'agiatezza dei piccoli.
I prodighi si rovinano, ma arricchiscono lo Stato.
E' sul superfluo del ricco che germina il pane del povero.
Ecco, certamente, tra morale e sociale, una flagrante contraddizione. Quanti spiriti eminenti, dopo avere constatato il conflitto, riposano in pace! È ciò che non ho mai potuto capire: poiché mi sembra che non si possa provare nulla di più penoso che scorgere due tendenze opposte nell'umanità. Come!? L'umanità arriva al disastro con l'uno come con l'altro estremo: economa, cade nella miseria; prodiga, si danneggia nella condanna morale!
Fortunatamente i proverbi popolari mostrano sotto una falsa luce il risparmio ed il lusso, non tenendo conto che delle loro conseguenze immediate che si vedono, e non degli effetti ulteriori che non si vedono. Proviamo a correggere questa visione incompleta.
Mondor ed il fratello Ariste, che hanno diviso l'eredità paterna, hanno ciascuno cinquantamila franchi di entrate. Mondor pratica la filantropia alla moda. È ciò che si dice un ammazzasoldi. Rinnova i suoi mobili molte volte all'anno, cambia il suo equipaggiamento tutti i mesi; si citano i metodi abili ai quali fa ricorso per finirlo prima: in breve, fa appassire i viveurs di Balzac e di Alexandre Dumas. Così, bisogna sentire il concerto di elogi che lo circonda sempre! "Parlateci di Mondor! viva Mondor! È il benefattore dell'operaio; è la provvidenza del popolo. In verità, si sprofonda nelle orgie, inzacchera i passanti; la sua dignità e la dignità umana ne soffrono un poco... Ma, bah, se non si rende utile per sé, si rende utile con la sua fortuna. Fa circolare il denaro; la sua corte non si svuota mai dei fornitori, che si ritirano sempre soddisfatti. Non dice che se l'oro è rotondo, è perché rotola?"
Ariste ha adottato un piano di vita ben diverso. Se non è un egoista, è almeno un individualista, poiché riflette sulle sue spese, ricerca solo piaceri moderati e ragionevoli, pensa al futuro dei suoi bambini, e, per dire la parola, economizza. E bisogna sentire ciò che dice di lui il popolo! "A che è buono questo cattivo ricco, questo spilorcio? Certamente, c'è qualcosa di forte e di toccante nella semplicità della sua vita; è del resto umano, benevolo, generoso, ma egli calcola. Non sciupa tutti i suoi redditi. Il suo palazzo non è incessantemente splendido di luci e turbinante di ospiti. Quale riconoscimento si acquisisce fra i tappezzieri, i carrozzai, i commercianti di cavalli ed i pasticceri?"
Questi giudizi, disastrosi per la morale, sono fondati su una cosa che colpisce gli occhi: la spesa del prodigo; ed un'altra che si nasconde: la spesa uguale ed anche superiore dell'economo. Ma le cose sono state così ammirevolmente sistemate dall'inventore divino dell'ordine sociale, che in questo, come in tutto, l'economia politica e la morale, lungi da urtarsi, vanno d'accordo, e che la saggezza di Ariste è non soltanto più degna, ma anche più vantaggiosa della pazzia di Mondor. E quando dico più vantaggioso, non intendo dire soltanto vantaggioso ad Ariste, o alla società in generale, ma più vantaggiosa per gli operai attuali, all'industria del momento.
Per provarlo, basta mettere sotto l'occhio dello spirito le conseguenze nascoste delle azioni umane che l'occhio del corpo non vede. Si, la prodigalità di Mondor ha effetti visibili a tutti gli sguardi: ciascuno può vedere le sue berline, i suoi landau, i sui phaétons, le graziose vernici dei suoi soffitti, i suoi tappeti ricchi, lo splendore che scaturisce dal suo hotel. Ciascuno sa che i suoi purosangue corrono sul turf. I pranzi che dà all'Hotel de Paris fermano la folla sul boulevard, e ci si dice: ecco un uomo coraggioso, che, lontano risparmiare qualcosa dei suoi redditi, intacca probabilmente il suo capitale. È queello che si vede.
Non è così facile vedere, dal punto di vista dell'interesse dei lavoratori, ciò che diventano i redditi di Ariste. Seguiamo la traccia, tuttavia, e ci assicureremo che tutti, fino all'ultimo obolo, fanno lavoraredegli operai, quasi certamente come i redditi di Mondor. C'è soltanto questa differenza: la folle spesa di Mondor è condannata a diminuire continuamente ed incontrare una fine necessaria; la spesa prudente di Ariste andrà crescendo di anno in anno. Ed è così, certamente, che l'interesse pubblico si trova in accordo con la morale.
Ariste spende, per lui e la sua casa, ventimila franchi all'anno. Se ciò non bastasse alla sua felicità, non meriterebbe il nome di saggio. Egli è toccato dei mali che pesano sulle classi povere; si crede, in coscienza, obbligato a portare qualche sollievo e consacra diecimila franchi ad atti di beneficenza. Fra i commercianti, i fabbricanti, gli agricoltori, ha amici temporaneamente in difficoltà. Si informa della loro situazione, per loro venire in aiuto con prudenza ed efficacia, e destina a quest'opera ancora diecimila franchi. Infine, non dimentica che ha figlie da dotare, dei figli ai quali deve garantire un futuro, e, di conseguenza, si impone di risparmiare e di mettere da parte tutti gli anni diecimila franchi.
Ecco dunque l'impiego dei suoi redditi.
1° Spese personali 20.000 F
2° Beneficenza 10.000 F
3° Servizi d'amicizia 10.000 F
4° Risparmio 10.000 F
Riprendiamo ciascuno di questi capitoli, e vedremo che nulla sfugge al lavoro nazionale.
1° Spesa personale. Questa, quanto agli operai e fornitori, ha effetti assolutamente identici ad una spesa uguale fatta da Mondor. Ciò è ovvio per sé; non ne parliamo più.
2° Beneficenza. I diecimila franchi destinati a questo alimenteranno ugualmente l'industria; giungono al panettiere, al macellaio, al commerciante di vestiti e di mobili. Soltanto il pane, la carne, gli abiti, non servono direttamente a Ariste, ma a quelli che gli si sono sostituiti. Ma, questa semplice sostituzione di un consumatore ad un altro non influisce affatto sull'industria generale. Che Ariste spenda cento soldi o che preghi un infelice di spenderli al suo posto, è uguale.
3° Servizi d'amicizia. L'amico a cui Ariste presta o dona diecimila franchi non li riceve per nasconderli; ciò ripugna all'ipotesi. Se ne serve a pagare merci o debiti. Nel primo caso, l'industria è incoraggiata. Si oserà dire che debba più guadagnare all'acquisto da parte di Mondor di un puro-sangue da diecimila franchi che all'acquisto da parte di Ariste o il suo amico di diecimila franchi di tessuti? Mentre se quella somma serve a pagare un debito, tutto ciò che ne risulta, è che appare un terzo personaggio, il creditore, che avrà i diecimila franchi, ma che certamente li userà per il suo commercio, la sua fabbrica, o il suo impiego. È un intermediario di più tra Ariste e gli operai. I nomi propri cambiano, la spesa resta e l'incoraggiamento all'industria anche.
4° Risparmio. Restano i diecimila franchi salvati; ed è qui che dal punto di vista dell'incoraggiamento alle arti, all'industria, al lavoro, agli operai, Mondor sembra molto superiore a Ariste, sebbene, dal punto di vista morale, Ariste si mostri un poco superiore a Mondor.
Non è mai senza un disagio fisico, che va fino alla sofferenza, che io vedo l'apparire di tali contraddizioni tra le grandi leggi della natura. Se l'umanità fosse ridotta a scegliere tra due parti, delle quali una ferisce i suoi interessi e l'altra la sua coscienza, ci rimarrebbe soltanto da disperare del suo futuro. Fortunatamente ne non è così. E, per vedere Ariste riprendere la sua superiorità economica, come la sua superiorità morale, basta comprendere questo consolante assioma, che ne non è meno vero, benché abbia un aspetto paradossale: risparmiare, è spendere.
Quale è lo scopo di Ariste, economizzando diecimila franchi? È forse di nascondere duemila pezzi da cento soldi in un nascondiglio del suo giardino? No certamente, egli intende accrescere il suo capitale ed il suo reddito. Di conseguenza, questo denaro che non usa a comperare terre, una casa, rendite sullo Stato, azioni industriali, lo mette presso o un commerciante o un banchiere. Seguite i denari in tutte quest'ipotesi, e vi convincerete che, con l'intermediazione di venditori o di mutuatari, alimenteranno lavoro ugualmente come se Ariste, seguendo l'esempio del fratello, li avesse scambiati con mobili, gioielli e cavalli.
Poiché, quando Ariste compera per 10.000 F di terre o di entrate, è determinato dalla considerazione che non ha necessità di spendere quella somma, poiché è ciò di cui gli avete fatto un'obiezione. Ma, allo stesso modo, quello che gli vende la terra o le rendite è determinato dalla considerazione che ha necessità di spendere i diecimila franchi in un modo qualunque. Cosicché la spesa si realizza, in tutti i casi, o da parte di Ariste o da parte di quelli che si sostituiscono a lui.
Dal punto di vista della classe operaia, dell'incoraggiamento al lavoro, c'è dunque, tra la condotta di Ariste e quella di Mondor, soltanto una differenza; essendo la spesa di Mondor direttamente compiuta da lui, ed intorno a lui, la si vede; quella di Ariste, che si realizza in parte per mezzo di intermediari ed alla lontana, non la si vede. Ma, di fatto, e per chi sappia collegare gli effetti alle cause, quella che non si vede è certa così come quella che si vede. Ciò che lo prova, è che nei due casi i denari circolano, e che ne non rimangono tanto nella cassaforte del saggio che in quella del dissipatore. È dunque falso dire che il risparmio faccia un torto attuale all'industria. Sotto questo punto di vista, è beneficente quanto il lusso. Ma di quanto non gli è superiore, se il pensiero, anziché fermarsi all'ora che fugge, prende in considerazione il lungo periodo!
Dieci anni sono passati. Cosa sono divenuti Mondor e la sua fortuna, e la sua grande popolarità? Tutto ciò è sparito, Mondor è rovinato; lungi dal gettare sessantamila franchi, tutti gli anni, nel corpo sociale, gli è forse passato a carico. In ogni caso, non fa più la gioia dei suoi fornitori, non conta più come promotore delle arti e dell'industria, non è buono a nulla per gli operai, come pure per la sua discendenza, che lascia nell'emergenza.
Al termine degli stessi dieci anni, non soltanto Ariste continua a mettere in circolazione tutti i suoi redditi, ma vi mette redditi crescenti di anno in anno. Amplia il capitale nazionale, cioè il fondo che alimenta il salario, e poiché è dall'importanza di questo fondo che dipende la domanda di lavoro, contribuisce ad aumentare gradualmente la retribuzione della classe operaia. Quando muore, lascia bambini che ha messo in grado di sostituirlo nella sua opera di progresso e di civilizzazione.
Sotto il punto di vista morale, la superiorità del risparmio sul lusso è innegabile. È consolante pensare che sia lo stesso dal punto di vista economico, per chiunque non si fermi agli effetti immediati dei fenomeni, ma sappia spingere la sua indagine fino ai loro effetti definitivi
La crisi, si sa, è dura per tutti.
Lo stipendio, quando c’è, basta a mala pena per arrivare a fine mese; poi ci sono i figli da mandare a scuola, il mutuo da pagare e tutte quelle spese improvvise che però sono sempre lì in agguato. Per tirare a campare uno si adegua e quindi, per stare più tranquillo, hai rinunciato alle cene al ristorante, alla vacanza al mare ed alla macchina nuova .
Almeno finché c’è il mutuo da pagare, almeno finché c’è crisi.
Tanti anni fa il nonno ti aveva regalato un bel salvadanaio in cui mettere i risparmi per comprare una bicicletta nuova. Ti ricordi che era stata dura mettere da parte tutti quei soldi ma poi, alla fine, che soddisfazione! E quanto era bella quella bicicletta.
Il nonno ti aveva insegnato un’importante lezione: se vuoi qualcosa te la devi prima sudare; il risparmio è la virtù dell’individuo.
Altri tempi.
Poi sono venute le carte di credito, il credito al consumo, i mutui che coprono il 100% del valore dell’immobile ed è sembrato che i sogni si potessero realizzare senza fatica. Una firma, una piccola rata mensile ed era possibile avere tutto e subito: il televisore al plasma, l’automobile nuova, la vacanza a Sharm, persino una casa.
Ma poi il sogno è terminato ed è arrivato l’incubo. E’ arrivata la crisi. Dicono che sia stata colpa degli Americani e dei loro mutui subprime. In pratica hanno comprato casa senza potersela permettere ed ora non solo l’hanno persa ma hanno mandato all’aria tutta la finanza mondiale. Com’è possibile che sia successo?
Tu non vuoi fare la stessa fine, vuoi continuare a pagare la rata, fino in fondo, perché questa casa è tua e nessuno te la deve portare via. Per questo hai deciso di non vivere più al di sopra dei tuoi mezzi: basta auto nuova ogni 3 anni, basta televisori al plasma, Sky, cene al ristorante, vacanze a Sharm.
Da oggi la parola d’ordine è risparmiare, come diceva il nonno.
L’altra sera però c’era un economista che si lamentava perché i consumatori avevano smesso di spendere. “Come ha dimostrato Keynes, ammoniva, ciò che è virtù per il singolo diventa un male per l’economia in generale. Ciò che manda avanti l’economia è infatti la domanda aggregata, ovvero la spesa dei consumatori, e se questa cala ciò si traduce in meno profitti per le imprese. Queste decidono allora di tagliare la produzione e lasciare a casa dei lavoratori, deprimendo ancora di più la domanda in un circolo vizioso senza fine. Alla fine viene colpito anche il risparmiatore che si ritrova ad avere un reddito inferiore: è quello che viene chiamato “paradosso del risparmio”.
Queste parole ti hanno fatto riflettere.
In pratica, per risollevare l’economia in crisi, dovresti spendere tutto il tuo reddito e magari contrarre altri debiti. Dovresti comprare l’auto nuova, il televisore, andare a cena fuori quando a mala pena riesci a pagare le rate del mutuo.
Però, se non ti ricordi male, erano stati i “troppi debiti” la causa della crisi. Come possono essere ulteriori debiti esserne la soluzione?
Spegni la tv e rifletti ancora. Negli ultimi mesi hai tirato un po’ la cinghia ma in compenso sei riuscito a pagare la rata del mutuo con regolarità ed avanzare anche qualche soldo sul conto. Perché mai dovresti indebitarti ancora di più e rischiare di perdere tutto?
Pensi bene a quell’economista che hai sentito in tv e la faccia non ti sembra nuova. Te lo ricordi quando due anni fa diceva che tutto andava bene e non c’era nessuna bolla immobiliare negli Stati Uniti, oppure quando l’anno scorso invitava tutti a scommettere sui mercati azionari. Ripensi a questo Keynes ed al suo paradosso del risparmio.
E li mandi tutti affanculo. Aveva ragione il nonno, che gli economisti si fottano.
In un’occasione passata in cui molti di voi erano presenti, ho paragonato la posizione di coloro che sono responsabili delle politica monetaria dopo che per qualche tempo si è perseguita una strategia volta a raggiungere la piena occupazione a quella di “tenere una tigre per la coda”. Mi sembra che queste due posizioni abbiamo più cose in comune di quanto sia di conforto contemplare. Non solo la tigre tenderà a correre sempre più velocemente ed il movimento di chi segue proseguirà a balzi sempre più pronunciati ma la prospettiva di lasciar andare la tigre sembra sempre più terrificante man mano che questa diventa più furiosa. Un’altra metafora che viene spesso giustamente usata per descrivere questa connessione sono gli effetti di aver assunto delle droghe. Gli immediati effetti piacevoli e la necessità seguente di compiere una scelta difficile costituiscono davvero un dilemma simile. Una volta che si è in questa posizione vi è la tentazione di fare affidamento su palliativi ed accontentarsi di superare le difficoltà di breve termine invece di affrontare i problemi di base contro cui possono poco coloro i quali sono responsabili solo per la politica monetaria.
Prima che proceda verso il punto principale, tuttavia, devo ancora dire alcune parole riguardo la supposta indispensabilità dell’inflazione come condizione per una rapida crescita. Vedremo che gli sviluppi moderni delle politiche dei sindacati nei paesi industrializzati hanno condotto ad una situazione in cui, davvero, la crescita ed un livello di occupazione alto e stabile possono, fin quando queste politiche continuano, fare dell’inflazione l’unico metodo effettivo di superare gli ostacoli che esse creano. Ma questo non significa che l’inflazione sia, in condizioni normale, e specialmente in paesi meno sviluppati, necessaria o addirittura favorevole alla crescita. Nessuna delle grande potenze del mondo moderno ha raggiunto la sua posizione mentre stava deprezzando la sua moneta. I prezzi in Gran Bretagna nel 1914 erano, per quello che può essere significativo un paragone lungo un periodo così esteso, più o meno dove stavano duecento anni prima, ed i prezzi Americani nel 1939 erano anche loro allo stesso livello del punto più lontano di cui abbiamo i dati, il 1749. Benché sia generalmente vero che la storia del mondo sia una storia di inflazione, le poche storie di successo che troviamo sono storie di paesi e periodi in cui era stata preservata una moneta stabile, e nel passato di solito la svalutazione della moneta è andata mano nella mano con la decadenza economica.
Non c’è nessun dubbio, ovviamente, che temporaneamente la produzione di beni capitali può essere aumentata da ciò che viene chiamato “risparmio forzato”, ovvero l’uso di un’espansione creditizia per direzionare l’uso di gran parte delle risorse alla produzione di beni capitali. Alla fine di un tale periodo la quantità fisica di beni capitali esistenti sarà più grande di quanto sarebbe normalmente stata. Alcuni di questi potrebbero essere guadagni che perdurano: le persone potrebbero ottenere case per ciò che non è permesso loro di consumare. Ma non sono sicuro che una tale crescita forzata dello stock di equipaggiamento industriale renda sempre un paese più ricco, ovvero, che il valore dello stock di capitale divenga più grande o che, grazie ad esso, la produttività venga aumentata di più di quanto non sarebbe stata altrimenti. Se gli investimenti erano guidati dall’aspettativa di maggiori investimenti futuri (o di un tasso di interesse più basso, o di salari reali più alti, che portano alla stessa cosa) di quanto poi non si verifica, il tasso di investimento più alto potrebbe aver fatto meno per aumentare la produttività generale di quanto avrebbe potuto fare un tasso di investimento più basso se avesse preso forme più appropriate. Questo ritengo che sia un particolare e serio pericolo per quei paesi sottosviluppati che si affidano all’inflazione per aumentare il loro tasso di investimenti. L’effetto normale di questa politica per me è che una piccola frazione dei lavoratori di questi paesi viene equipaggiata con un quantitativo di capitale pro capita molto superiore a quanto si possa sperare di fare nel prossimo futuro per tutti i lavoratori e che quindi quell’investimento, più grande in totale, abbia minore efficacia nell’alzare la qualità della vita di tutti di quanto avrebbe fatto un investimento di meno entità ma diffuso più equamente. Coloro i quali consigliano ai paesi in via di sviluppo di accelerare il loro tasso di crescita tramite inflazione mi sembrano totalmente irresponsabili, ad un livello quasi criminale. L’unica condizione che, secondo le ipotesi keynesiane, rende l’inflazione necessaria per una piena utilizzazione delle risorse, ovvero la rigidità dei salari determinata dai sindacati, non è presente. E niente che io abbia visto degli effetti di tali politiche, in Sud America, Africa o Asia, può cambiare la mia convinzione che in quei paesi l’inflazione ha solamente effetti dannosi e distruttivi, producendo uno spreco di risorse e ritardando lo sviluppo di quello spirito di calcolo razionale che è una condizione indispensabile per la crescita di una efficiente economia di mercato.
L’intero argomento keynesiano per una politica di espansione creditizia si poggia completamente sull’esistenza di un livello dei salari monetari determinato dai sindacati che è caratteristica dei paesi avanzati dell’Occidente ma che è assente nei paesi in via di sviluppo, e per ragioni differenti è meno marcato in Germania e Giappone. E’ solo in quei paesi in cui, come è stato detto, i salari monetari sono “rigidi verso il basso” e sono costantemente spinti verso l’alto dalle pressioni sindacali che si può sostenere con una certa plausibilità che un alto livello di occupazione può essere mantenuto solo da una continua inflazione – e non ho nessun dubbio che sino a quando queste condizioni persisteranno continueremo ad ottenerla. Quello che è capitato qui alla fine della scorsa guerra è che sono stati adottati dei principi, spesso inseriti nelle leggi, i quali in pratica scagionavano i sindacati di ogni responsabilità per quanto le loro politiche salariali potevano avere sulla piena occupazione e le conferivano in toto nelle mani delle autorità monetarie e fiscali. Queste ultime sono in effetti necessarie per fornire abbastanza moneta in modo che l’offerta di lavoro ai salari fissati dai sindacati possa essere assorbita dal mercato. E siccome non si può negare che almeno per un certo periodo le autorità monetarie hanno il potere, tramite lo strumento dell’inflazione , di assicurare un alto livello di occupazione, saranno forzate dall’opinione pubblica ad usarlo. Questa è la sola causa degli sviluppi inflazionistici degli ultimi 25 anni e continuerà ad operare sino a quando permetteremo da una parte ai sindacati di aumentare i salari monetari al livello consentito dai datori di lavoro – e questi datori di lavoro accettano di pagare quei salari monetari solo perché sanno che le autorità monetarie ridurranno il danno che subiscono diminuendo il potere d’acquisto della moneta e quindi il livello reale dei salari monetari accordati.
Questo è il fatto politico che rende oggi l’inflazione un fatto inevitabile e che può essere invertito non tramite un cambio di politica monetaria ma solo tramite un cambio nella politica dei salari. Nessuno deve illudersi del fatto che sino a quando verrà mantenuta la condizione attuale del mercato del lavoro saremo condannati ad avere un’inflazione continuata. Tuttavia non ce lo possiamo permettere e non solo perché l’inflazione diventa sempre meno efficace nel prevenire la disoccupazione ma anche perché dopo che è durata per qualche tempo e tende ad operare ad un alto tasso, inizia progressivamente a scombinare l’economia e creare forti pressioni per l’imposizione di ogni tipo di controllo. L’inflazione è un male ma l’inflazione repressa dai controlli anche peggio: è la fine dell’economia di mercato.
Le catene di ferro da cui dobbiamo liberarci se vogliamo preservare il sistema di libera impresa e mercato è quindi, il potere dei sindacati nel fissare i salari. A meno che questi, ed in particolare i salari relativi tra le singole industrie, tornino ad essere soggetti alle forze del mercato e diventino veramente flessibili, in particolari gruppi sia verso l’alto che verso il basso, non c’è possibilità per una linea politica che non sia inflazionarla. Una semplice considerazione mostra che, se non si consente a nessun salario di scendere, tutti i cambiamenti nei salari relativi che sono necessarie devono essere compiute alzando tutti i salari tranne quello a cui non è consentito di scendere. Questo significa che in pratica tutti i salari monetari devono salire se si vuole modificale la struttura salariale. Tuttavia appare impossibile, oggi, che un sindacato consenta una riduzione nei salari del suo gruppo. Nessuno, ovviamente, ci guadagna da questa situazione, in quando l’aumento nei salari monetari è vanificato da un deprezzamento del valore della moneta se non si vuole causare disoccupazione. Mi sembra, però, che sia diventata una necessità insita nel sistema di determinazione dei salari tramite contratto collettivo tra sindacati dei lavoratori e dei datori di lavoro insieme ad una politica di piena occupazione.
Penso che fino a quando non si risolverà questo problema fondamentale non vi sono speranze di miglioramento nello strumento di controllo monetario. Ma questo non significa che gli accordi di oggi sono soddisfacenti. Sono stati progettati precisamente per rendere più facile abbandonarsi alle necessità determinate dal problema dei salari, ovvero per rendere più facile ad ogni paese la volontà di ricorrere all’inflazione. Il gold standard è stato distrutto principalmente perché ne era un ostacolo. Quando nel 1931, pochi giorni dopo la sospensione del gold standard in Gran Bretagna, Lord Keynes scrisse in un giornale londinese che “ci sono pochi Inglesi che non si rallegrano per la rottura delle nostre catene d’oro,” e quindici anni dopo poteva assicurarci che gli accordi di Bretton Woods erano “l’opposto del gold standard”. Tutto questo era diretto contro la caratteristica principale del gold standard che rendeva impossibile ad ogni paese perseguire una prolungata politica inflazionarla. E benché io non sia sicuro che il gold standard sia il miglior sistema possibile per raggiungere questo scopo, tuttavia è stato l’unico a garantire un certo successo. Ha probabilmente molti difetti, ma le ragioni per cui è stato distrutto non sono quelle e ciò che è stato messo al suo posto non ne è certo un miglioramento. Se, come ho recentemente sentito dalla bocca di uno dei membri del gruppo originario di Bretton Woods, il loro intento era piazzare l’onere dell’aggiustamento dei bilanci internazionali solo sui paesi in surplus, mi sembra che il risultato non sia alto che una continua ed internazionale inflazione. Ma ho menzionato questo solo alla fine per mostrare che se vogliamo evitare una continua e globale inflazione dobbiamo adottare un differente sistema monetario internazionale. Tuttavia potremo pensarci in modo proficuo solo quando i paesi leader avranno risolto i loro problemi interni. Sino ad allora dovremo accontentarci di aggiustamenti, e mi sembra che oggi, e fino a quando le difficoltà fondamentali che ho menzionato continueranno ad esistere, non c’è possibilità di risolvere il problema dell’inflazione globale ripristinando il gold standard, anche se fosse una proposta concreta.
Il problema che deve essere risolto prima che possiamo anche solo sperare di raggiungere un ordine monetario soddisfacente, è quello della determinazione dei salari.
Friedrich Hayek, Maggio 1970
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Prima che io passi alle conseguenze di un’economia che si adatta ad un continuo processo inflattivo, devo trattare un argomento che, anche se non sono sicuro che sia mai stato espresso chiaramente, tuttavia sembra essere alla radice di molti punti di vista che considerano l’inflazione innocua. Sembra infatti che, se i prezzi futuri possono essere previsti correttamente, allora ogni set di prezzi previsto nel futuro è compatibile con una posizione di equilibrio, perché i prezzi presenti si aggiusteranno rispetto ai prezzi futuri. Perché questo avvenga, tuttavia, non è chiaramente sufficiente che sia previsto correttamente il livello generale dei prezzi nelle varie date future poiché, come abbiamo visto, i prezzi si modificano in modo differente. L’assunzione che i prezzi futuri di un particolare bene possano essere previsti correttamente durante un periodo di inflazione è probabilmente sempre non vera poiché, quali che siano i prezzi futuri previsti, i prezzi presenti non si aggiustano da soli rispetto ai maggiori prezzi futuri, ma solo tramite un incremento nel presente della quantità di moneta, con tutti i cambiamenti nei vari prezzi che esso necessariamente comporta.
Cosa più importante, tra l’altro, è il fatto che se i prezzi futuri fossero effettivamente previsti in modo corretto, allora l’inflazione non avrebbe nessuno di quelli effetti stimolanti per cui è così bene accolta da tanta gente.
Ora l’effetto principale dell’inflazione che la rende inizialmente benvoluta alle aziende è precisamente il fatto che i prezzi dei prodotti si dimostrano essere generalmente più alti di quanto previsto. E’ questo che produce lo stato generale di euforia, il falso senso di benessere in cui tutti sembrano prosperare. Chi senza l’inflazione avrebbe fatto alti profitti continua a farlo. Chi avrebbe fatto profitti normale ne ottiene un livello inaspettatamente alto. E non solo le aziende che erano vicino al fallimento ma anche alcune che avrebbero dovuto fallire sono tenute a galla dal boom inaspettato. C’è un generale eccesso di domanda rispetto all’offerta – tutto viene venduto e tutti possono continuare il proprio lavoro precedente. Sembra essere una benedizione in cui ci sono più posti di lavoro che lavoratori, ciò che Lord Beveridge ha definito stato di piena occupazione – non capendo mai che il il calo del valore della sua pensione di cui si lamentava tanto in età avanzata non era altro che l’inevitabile conseguenza delle sue raccomandazioni.
Ma tutto questo mi porta al punto successivo. La “piena occupazione” per durare non richiede solo una inflazione continuata ma anche crescente. Perché, come abbiamo visto, ha un effetto benefico immediato solo fino a quando la sua grandezza non può essere correttamente prevista. Ma quando continua per un certo tempo ci si aspetti che persista. Se i prezzi si sono alzati per un certo periodo del 5% annuo, diventa prassi comune aspettarsi che lo stesso avvenga per il futuro. I prezzi presenti dei fattori produttivi vengono spinti verso l’alto dalle aspettative di prezzi più alti per i prodotti – a volte dove alcune delle componenti dei costi sono fisse, il costo variabile può essere spinto in alto anche di più del previsto aumento del prezzo del prodotto – fino al punto in cui non si realizza solo il profitto normale.
Ma se i prezzi poi non aumentano più di quanto aspettato, non viene realizzato nessun profitto extra. Benché i prezzi continuino ad aumentare al tasso precedente, questo non possiede più quell’effetto magico che aveva prima sulle vendite e sull’occupazione. I guadagni artificiali scompaiono, ci sono di nuovo perdite, ed alcune aziende scoprono che a quei prezzi non riescono a coprire i costi. Per mantenere l’effetto che aveva prima quando non era stato anticipata la sua piena magnitudine, l’inflazione deve crescere. Se all’inizio un tasso annuale di crescita dei prezzi del 5% era stato sufficiente, una volta che questo viene dato per scontato, serve qualcosa di più, come un 7%, per avere lo stesso effetto di stimolo che prima veniva garantito con una crescita del 5%. E siccome, se l’inflazione è in atto già da un certo tempo, un numero maggiore di attività è diventata dipendente dalla sua continuazione ad un tasso crescente, avremo presto una situazione in cui, a dispetto dei prezzi crescenti, molte azienda subiranno delle perdite, e una sostanziale disoccupazione. Una depressione con prezzi crescenti è una tipica conseguenza di una lieve frenata sulla crescita del tasso di inflazione una volta che l’economia ha ingranato grazie ad un certo tasso di inflazione.
Tutto questo significa che, a meno che non siamo preparati ad accettare un tasso crescente di inflazione che alla fine dovrà superare ogni limite assegnabile, essa avrà sempre e solo un effetto benefico temporaneo sull’economia e non solo cessa di avere un effetto di stimolo ma anzi continua a lasciarci con una serie di aggiustamenti rimandati e nuovi cattivi investimenti che rendono ancora più difficili i nostri problemi. Notate che non sto dicendo che una volta che scegliamo l’inflazione siamo tenuti a seguirla necessariamente sino a quando diventa iperinflazione. Non credo che questo sia vero. Ciò che sto invece dicendo è che se volessimo perpetuare il peculiare effetto di prosperità e di creazione di posti di lavoro che l’inflazione ha, dovremmo progressivamente e sempre aumentare il suo tasso. Abbiamo una conferma empirca di questa affermazione dalla Grande Inflazione in Germania dei primi anni venti. Fino a quando essa è aumentata a tassi geometrici c’è stata davvero (tranne verso la fine) assenza di disoccupazione. Ma ogni volta che l’incremento del tasso di inflazione anche solo rallentava, la disoccupazione assumeva subito grandi proporzioni. Non credo che dobbiamo necessariamente seguire quel sentiero – almeno fino a quando abbiamo alla guida persone almeno un po’ responsabili – anche se non sono così sicuro che una continuazione delle politiche monetarie degli scorsi dieci anni non possano creare una situazione in cui vadano al governo persone meno responsabili. Ma questo non è ancora il nostro problema. Quello che stiamo sperimentando ora è ciò che in Gran Bretagna è conosciuto col nome di politica degli “stop’n’go” in cui di volta in volta le autorità monetarie si allarmano e cercano di rallentare, ma solo col risultato che ben prima che i prezzi smettano di salire, la disoccupazione inizia ad assumere un livello preoccupante e le autorità sono costrette a far ripartire l’espansione. Questo meccanismo può ancora andare avanti per qualche tempo ma non sono sicuro l’efficacia di relative piccole dosi di inflazione nel far partire il boom non stia rapidamente decrescendo. L’unica cosa che, devo ammettere, mi ha sorpreso riguardo al boom degli scorsi venti anni è quanto a lungo sia durata l’efficacia di una nuova espansione nel far ripartire il boom . Mi aspettava che questo potere di far ripartire gli investimenti con una leggera espansione del credito si esaurisse presto – e possiamo avere raggiunto ora quel punto. Ma non sono sicuro. Possiamo magari avere ancora dieci anni di politica degli “stop’n’go”, probabilmente con efficacia decrescente delle ordinarie misure di politica monetaria e intervalli di recessione più lunghi. All’interno della struttura politica e dell’opinione pubblica esistente il chairman attuale della Federal Reserve farà probabilmente quanto di meglio ci si possa aspettare da chiunque. Ma le limitazioni imposte su di lui dalle circostanze al di là del suo controllo e sulle quali mi focalizzerò tra un momento restringeranno molto la sua possibilità di poter fare ciò che vuole.
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Il professor Krugman, dalle pagine del New York Times, fa sapere che tutte queste chiacchiere sull'inflazione sono prive di fondamento e che anzi sono solo un tentativo dei Repubblicani per gettare discredito sul grande programma di salvataggio del Presidente Obama.
Sarà, ma guardando i grafici dell'offerta di moneta negli Stati Uniti qualche dubbio mi viene.
Il saggio seguente è tratto da una lezione di Friedrich Hayek tenuta davanti al Trustees and guests of the Foundation for Economic Education a Tarrytown, New York. Era il 1970 ma potrebbe essere oggi.
Possiamo ancora evitare l’inflazione?
di Friedrich A. Hayek
In un senso la domanda posta nel titolo è puramente retorica. Spero che nessuno di voi abbia sospettato che io dubitassi, anche solo per un momento, che esistesse qualche sorta di problema tecnico per fermare l’inflazione. Se le autorità monetarie davvero volessero farlo e fossero preparate per le conseguenze, lo potrebbero sempre fare dall’oggi al domani. Loro controllano saldamente la base della piramide del credito ed un annuncio credibile di non voler più aumentare la quantità di banconote in circolazione e di depositi bancari e, se necessario, andare a ridurli, sarebbe sufficiente. Su questo non ci sono dubbi tra gli economisti. Ciò che mi preoccupa non sono le questioni tecniche ma quelle politiche.
Qui, davvero, dobbiamo affrontare un’impresa così difficile che più e più persone, anche altamente competenti, si sono rassegnate all’inevitabilità di una continua ed interminabile inflazione. Non conosco infatti nessun serio tentativo di mostrare come superare questi ostacoli che non sono nel campo monetario ma in quello politico. Ed io stesso non posso dire di possedere una medicina brevettata che ritenga applicabile ed effettiva nelle condizioni attuale. Ma non considero che sia un’impresa al di là delle possibilità dell’ingegno umano, una volta che l’urgenza del problema sia compresa in modo generale. Il mio principale scopo stanotte è di spiegare chiaramente perché dobbiamo fermare l’inflazione se vogliamo preservare un’effettiva società di uomini liberi. Una volta che questa necessità è pienamente compresa, spero che la gente raccoglierà il coraggio per afferrare le catene che devono essere abbattute se gli ostacoli politici devono essere rimossi e se vogliamo avere una possibilità di ripristinare un’economia di mercato funzionante.
Nei libri di testo scolastici di economia, e probabilmente anche nell’opinione generale, viene considerato seriamente solo un effetto dannoso dell’inflazione, ovvero la relazione tra debitori e creditori. Ovviamente un non previsto deprezzamento del valore della moneta danneggia i creditori e beneficia i debitori. Questo è un effetto importante ma sicuramente non il più importante dell’inflazione. E siccome sono i creditori ad essere danneggiati ed i debitori a beneficiare, la maggior parte delle persone non se ne preoccupa troppo, al meno fino a quando non realizza che nella società moderna la più numerosa ed importante classe di creditori sono i lavorator ed i piccoli risparmiatori, ed il più rappresentativo gruppo di debitori che approfitta subito dell’inflazione sono le imprese e le istituzioni di credito.
Ma non voglio soffermarmi troppo sull’effetto più famigliare dell’inflazione, che è anche quello che viene corretto più prontamente. Venti anni fa avevo ancora qualche difficoltà a convincere i miei studenti che se si fosse previsto un incremento del livello dei prezzi del 5% , allora potevamo aspettarci un tasso di interesse nell’ordine del 9-10 percento o anche più alto. C’è ancora qualcuno che sembra non aver capito che tassi di interesse di questo genere sono destinati a continuare sino a quando continua l’inflazione. Tuttavia, fin quando le cose vanno così, e fin quando i creditori comprendono che sono parte del loro guadagno è netto, almeno per quando riguarda i prestatori a breve termine c’è poco spazio per le lamentele, anche se i creditori a lungo termine, come i possessori di titoli di debito governativi, sono in parte espropriati.
C’è però un altro e più infido aspetto di questo processo che devo almeno brevemente menzionare a questo punto. E’ il fatto che tutte le pratiche di contabilità vengono stravolte e vanno a mostrare profitti in eccesso a quelli che sono i guadagni reali. Certamente, un manager saggio può tenere in considerazione anche questo particolare, almeno a livello generale, e considerare come profitto solo ciò che rimane dopo aver tenuto conto del deprezzamento del denaro in merito ai costi di mantenimento del capitale. Ma l’esattore delle tasse non gli permetterà di farlo ed insisterà invece nel tassare tutto lo pseudo-profitto. Questo metodo di tassazione si traduce in confisca di parte del capitale, ed in caso di rapida inflazione può diventare un problema molto serio.
Ma tutto ciò è ben risaputo e ve lo volevo solo ricordare brevemente prima di passare ad un altro effetto meno apparente, ma per questo motivo più pericoloso, effetto dell’inflazione. Tutta l’analisi convenzionale dell’inflazione fatta nei testi scolastici procede come se ci fosse un aumento medio dei prezzi, intendendo che tutti i prezzi aumentano più o meno della stessa percentuale e che questo vale per tutti i prezzi determinati sul mercato, lasciando fuori solo pochi prezzi fissati per decreto o i contratti a lungo termine, come le tariffe dei beni pubblici, gli affitti ed altro. Ma questo non è né vero né possibile. Il punto cruciale è che fin tanto che il flusso di moneta spesa continua ad aumentare ed i prezzi di beni e servizi sono spinti verso l’alto, i singoli prezzi devono salire, non contemporaneamente ma in successione, e quindi, finché questo processo continua, i prezzi che aumentano per primi rimarranno sempre davanti agli altri. La distorsione della struttura dei prezzi sparirà soltanto un po’ di tempo dopo che il processo inflazionarlo si fermerà. Questo è un punto cruciale che il nostro maestro, Ludwig Von Mises, non si stancava mai di enfatizzare negli scorsi 60 anni. Sembra tuttavia necessario trattarlo in modo adeguato dal momento che recentemente ho scoperto, con stupore, che questa affermazione non era condivisa ed anzi esplicitamente negata da uno dei più famosi e distinti economisti viventi. [1]
Che l’ordine in cui un continuo aumento del flusso monetario alza i singoli prezzi sia cruciale per comprendere gli effetti dell’inflazione era chiaro già più di 200 anni fa a David Hume e prima di lui a Richard Cantillon. Era proprio per cercare di eliminare questo effetto che Hume ipotizzava, come prima approssimazione, che ogni mattino ogni cittadino di un paese si svegliasse trovando il suo stock di moneta miracolosamente raddoppiato. Ma anche così i prezzi non sarebbero tutti aumentati immediatamente della stessa percentuale. Ma non è così che avviene nella realtà. Il flusso della moneta addizionata al sistema avviene sempre in qualche punto particolare. Ci sono sempre persone che hanno più denaro da spendere prima degli altri. Chi sono queste persone dipende dal modo particolare in cui avviene l’aumento del flusso di moneta. Ad questo denaro può essere speso dal governo in opere pubbliche o aumentando i salari, oppure può essere prima speso dagli investitori che lo prendono in prestito, può essere spento in obbligazioni, in beni di investimento, in salari o in beni di consumo. Poi sarà speso in qualcosa di diverso dai primi destinatari della spesa originaria, e così via. Il processo prenderà molteplici strade a seconda della fonte (o delle fonti) iniziale della moneta addizionale e le sue ramificazioni saranno presto così complesse che sarà impossibile tenerne traccia. Ma una sola cosa sarà comune a tutte queste forme differenti di questo processo: che i singoli prezzi aumenteranno, non allo stesso tempo, ma in successione e che fin quando il processo continuerà alcuni prezzi saranno sempre avanti agli altri e tutta la struttura dei prezzi relativi sarà molto differente da quella che i teorici puri chiamano posizione di equilibrio. Ci sarà sempre quello che potremmo chiamare “gradiente dei prezzi” a favore dei beni e servizi che sono investiti per primi dal flusso monetario ed a sfavore dei successivi gruppi che sono raggiunti solo più tardi – con l’effetto che l’aumento, nel suo complesso, non sarà livellato ma come in un piano inclinato – se consideriamo normale il sistema dei prezzi che esisteva prima che l’inflazione iniziasse e che verrà ripristinato qualche tempo dopo la sua fine.
A questo cambiamento nella struttura dei prezzi, se è durato per qualche tempo e c’è aspettativa che continui, corrisponderà ovviamente un simile cambiamento nell’allocazione delle risorse: verrà prodotto di più, in termini relativi, di quei più beni e servizi il cui prezzo ora è comparabilmente più alto e di meno per quelli il cui prezzo è comparabilmente più basso. Questa redistribuzione delle risorse produttive persisterà fino a quando l’inflazione continuerà a quel tasso. Vedremo che questo stimolo a certe attività, o al volume di alcune attività, che viene continuato fintanto che l’inflazione continua, è uno dei modi in cui anche l’inflazione di oggi ci pone un dilemma, perché se smettiamo di inflazionare allora necessariamente alcuni dei posti di lavoro che l’inflazione ha creato saranno distrutti.
[1] [Vedi la critica di Hayek's a John Hicks nel suo articolo, "Three Elucidations of the Ricardo Effect," Journal of Political Economy (March-April 1969): 274 ed.]
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