La lezione del '37

È opinione comune che “far quadrare” i conti di uno Stato sia normalmente una pratica costosa per l’economia mentre nei periodi di crisi economica il prezzo da pagare per avere il pareggio di bilancio sarebbe così alto da far diventare un austerico criminale chi ha anche solo l’ardire di proporre una simile misura.

La lezione della storia, ci viene detto, è chiarissima e va imparata una volta per tutte. Quando nel 1937 Roosevelt tentò di pareggiare il bilancio, fece ripiombare gli Stati Uniti in recessione proprio mentre il New Deal stava avendo un clamoroso successo.

Scrive Christina Romer:

«La ripresa dalla Grande Depressione viene spesso descritta come lenta perchè l’America non tornò alla piena occupazione se non dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Ma la verità è che la ripresa nei quattro anni dopo che Franklin Roosevelt entrò in carica nel 1993 fur incredibilmente rapida. La crescita del GDP reale fu in media del 9%. Il tasso di disoccupazione calò dal 25% al 14%. Se escludiamo la Seconda Guerra Mondiale (1), gli Stati Uniti non hanno mai visto una così sostenuta e rapida crescita. Tuttavia, essa venne fermata da una seconda grave recessione nel 1937-38, quando il tasso di disoccupazione risalì al 19%. La causa fondamentale di questa seconda recessione fu uno sfortunato e in larga parte dovuto a distrazione, cambio di politica fiscale e monetaria in senso restrittivo»
 

Inoltre, continua la Romer:

«Nel 1936 la Federal Reserve iniziò a preoccuparsi di indivudare una “exit strategy”. Dopo diversi anni di politica monetaria relativamente espansiva, le banche americane avevano in portafoglio grandi quantità di riserve in eccesso rispetto ai requisiti legali (2). [..] La Fed allora raddoppiò i requisiti di riserva in una serie di provvedimenti. Sfortunatamente saltò fuori che quelle banche, ancora nervoso dopo i panichi finanziari dei primi anni ’30, volevano detenere riserve in eccesso come una sorta di cuscinetto. Quando quell’eccesso fu tolto via con un colpo di penna, corserò a rimpiazzarlo riducendo i prestiti. Secondo uno studio molto famoso sulla Grande Depressione di Milton Friedman e Anna Schwartz, la risultata contrazione monetaria fu la causa centrale della recessione del 1937-1938»

La lezione della storia che i nostri amici di sempre traggono è quindi che far quadrare il bilancio dello Stato mentre la Banca Centrale sta attuando una politica monetaria restrittiva sia un suicidio.

Partiamo dalla seconda affermazione.  La definizione di politica monetaria restrittiva è alquanto variabile, tanto che ultimamente per alcuni la definizione è diventata più o meno questa:
 «La politica monetaria della banca centrale è restrittiva se gli aggregati monetari, al netto dell’inflazione, non crescono»
 Diventa dura capire quando possa essere espansiva! 

Inizio noiosa parentesi pseudo-accademica
Sì so benissimo che nel modello IS-LM si utilizza proprio l’aggregato monetario in termini reali, però il fondamento logico alla base del modello (e della teoria keynesiana) è proprio che i salari ed i prezzi siano “vischiosi” (sticky) nel breve periodo e che quindi si possano ignorare gli effetti che un aumento della quantità di moneta ha sui prezzi.
Fine noiosa parentesi pseudo-accademica

 In ogni caso affermare che la BCE stia portando avanti una politica monetaria restrittiva quando ha appena effettuato una enorme iniezione di liquidità nel sistema bancario europeo, è .. come dire... originale.

Felici di sapere che per le banche e tutto a posto e nessun consulente portafogli esterni di MPS perderà il lavoro, concentriamoci invece sulla politica fiscale.

Pareggiare il bilancio, ma come?

La storia del 1937, come quella del 1932, ci racconta ciò che succede quando un governo cerca di far quadrare i conti, aumentando le tasse. Ma deve sempre andare in questa maniera?

Analizziamo questo grafico sull’andamento di tasse e spese federali negli Stati Uniti durante la Grande Depressione:


La linea rossa, (AFRECPT/GDPA) mostra l’andamento, in rapporto al PIL, delle entrate fiscali mentre la linea blu (AFEXPND/GDPA) quello delle spese federali. Ora andiamo a controllare alcuni “passaggi delicati” che spesso vengono citati come la “smoking gun” che pareggiare il bilancio sia recessivo.

1932-33: Krugman sul NY Times: “Nessun moderno Presidente americano potrebbe ripetere l’errore di politica fiscale di Hoover del 1932, quando il Governo federale tentò di far quadrare il bilancio seppure in mezzo ad una severa recessione
In realtà il tentativ di “far quadrare il bilancio” si riferisce ad un aumento di spesa federale accompagnato da un aumento massiccio delle tasse (in termini relativi la tassazione quasi raddoppiò in un anno).

1937: Questo è l’episodio citato da Christina Romer. Anche qui il pareggio di bilancio venne raggiunto accompagnando un taglio della spesa (in gran parte dovuto al taglio dei sussidi ai veterani della Prima Guerra Mondiale) ad un aumento delle tasse (quell’anno vennero per la prima volta vennero riscosse le tasse sulla social security). Non è poi da dimenticare il già citato intervento della Federal Reserve sui requisiti di riserva. 

1946-47:  Durante la guerra mondiale gli Stati Uniti mantennero un livello di spesa in deficit molto elevato per finanziare lo sforzo bellico nel Pacifico ed in Europa. Terminato il conflitto, però, l’Amministrazione decise di “far quadrare i conti” tagliando in fretta ed in modo sostanziale la spesa pubblica e contemporaneamente riducendo l’imposizione fiscale.

Gli economisti keynesiani preannunciavano la catastrofe economica:

«Quando questa guerra giungerà alla fine, più di metà dei lavoratori dipenderà direttamente o indirettamente da ordini  militari. Avremo una decina di milioni di uomini in servizio da ricollocare nel mercato del lavoro. Dovremo affrontare un difficile periodo di riconversione durante il quale alcuni beni non saranno più prodotti e ci potrebbero essere molti licenziamenti. Non è neanche detto che la necessità tecnica di riconversione debba necessariamente generare un flusso di investimenti sufficiente nel periodo che stiamo considerando. La conclusione finale che possiamo trarre dall’esperienza della guerra precedente è inevitabile – dovesse la guerra finire improvvisamente nei prossimi sei mesi, dovessimo progettare di esaurire i programmi di guerra con la massima fretta, smobilitare le forze armate, eliminare il controllo sui prezzi, passare da deficit astronomici anche solo agli elevati deficit degli anni ’30, allora questo verrebbe accompagnato dal più grande periodo di disoccupazione e dislocazione industriale che l’economia ha mai affrontato».

La smobilitazione di dieci milioni di soldati americani, accompagnata da una drastica riduzione della spesa pubblica, la rimozione del controllo dei prezzi  ed una rapida riconversione dell’apparato bellico a scopi civili portarono ad un tasso di disoccupazione massimo, nel 1947, del.... 3,6%.

Conclusioni

L’espressione “far quadrare i conti” può voler dire molte cose. Può significare che il governo decida di realizzare il pareggio di bilancio aumentando le tasse oppure può agire in senso opposto, tagliando innanzitutto la spesa , anche ridimensionando in modo significativo il peso dello Stato, ed accompagnando queste misure con un alleggerimento fiscale.
In entrambi i casi i keynesiani parleranno di politica fiscale restrittiva (alcuni semplicemente di “stretta fiscale” facendo una confusione di termini) e cercheranno di convincere tutti dell’ineluttabilità di una recessione in seguito al tentativo dei governi europei di mettere a posto i loro conti.
Se questo nel 2012 sarà seguito da un aggravamento della situazione macroeconomica, però, la responsabilità dei governi non sarà data dal fatto di aver ricercato un pareggio di bilancio (dato aggregato) ma di aver tentato di raggiungerlo aumentando le tasse ed evitando di tagliare le spese in maniera significativa e strutturale.

Questa è la vera lezione del ’32 e del ‘37







(1) La favoletta della Seconda Guerra Mondiale come periodo più prospero della storia americana è così assurda che solo chi ritiene che la realtà stia nei numeri delle statistiche governative può crederci. Prosperità significa quindi mandare più di dieci milioni di uomini in età lavorativa a combattere e morire nelle isole del Pacifico e in Europa? Destinare il sistema industriale alla produzione di navi, aerei e carri armati? Far lavorare in patria gli anziani e sottoporre il paese ad uno stretto regime di controllo dei prezzi e di razionamento? Questa è la “prosperità” che vissero gli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale.

(2) Vi ricorda qualcosa? Cosa farà Elicottero Ben quando la situazione economica migliorerà e le banche americane decideranno che le loro “riserve in eccesso” non saranno più necessarie?

Ricetta keynesiana alla crisi



«La tesi secondo cui la crisi economica può essere favorita da una forte sperequazione dei redditi è stata in effetti sostenuta nel tempo da svariati economisti. Nel campo dei teorici “critici” ricordo Paolo Sylos Labini, che forniva un’interpretazione della grande crisi degli anni Trenta che attribuiva notevole rilievo al problema della divaricazione dei redditi. Ma ve ne sono anche nell’ambito del mainstream: ad esempio, il premio Nobel Joseph Stiglitz ha recentemente aderito a questa tesi. In genere questa chiave di lettura si basa sul fatto che la propensione al consumo dei salari è maggiore rispetto alla propensione al consumo di profitti e rendite. Ossia, se diamo 100 Euro a un operaio, questi evidentemente spenderà una quota significativa di quella somma e tenderà a risparmiarne una quota molto piccola; se invece trasferiamo questi 100 euro a un titolare di capitali o di rendite finanziarie o immobiliari, questi molto probabilmente non si accorgerà nemmeno di averli e tenderà a risparmiarli. Si tratta di un’evidenza ben documentata dai dati empirici. Da questa constatazione si giunge quindi all‘idea che quanto più si sposta il reddito dai lavoratori ai proprietari del capitale tanto più la spesa complessiva, cioè la domanda di merci, tende a deprimersi»


«Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione. »

La logica Soluzione

Michele Pisacane - Deputato PiD

«Lo stipendio è troppo basso, è poco. Io guadagno 4412 euro, è scritto nella busta paga di novembre. Per ascoltare gli elettori si hanno delle spese, bisogna avere segreterie politiche, segretari, accendere la luce, usare il telefono. Se tornassi a fare il mio mestiere di medico guadagnerei di più. Certo, con le indennità si arriva a circa 12mila euro al mese ma con uno stipendio così, se devi sottrarre i soldi che dai ai tuoi figli, i contributi per la mia professione e le spese per la politica, alla fine ne rimangono solo la metà, seimila euro. Mi sento penalizzato. Prendo poco, io lavoro veramente [..] Sì, io e mia moglie (consigliere regionale in Campania, ndr) insieme prendiamo circa 30 mila euro di stipendio netti al mese - dice ancora Pisacane - ma non vedo qual è il problema»

Mario Pepe – Deputato ex PdL ex Popolo e Territorio

«Ho fatto 3 legislature, tra 10 giorni maturo il diritto a prendere il vitalizio parlamentare, credo 3 mila, 3 mila e qualche cosa al mese... io so di parlamentari che con il vitalizio riescono sì e no a sopravvivere. Senza il vitalizio io sarei in difficoltà, perché ero medico, ma da 12 anni faccio solo il parlamentare, senza vitalizio prenderei una pensione di 1.200 euro al mese. [..] Il parlamentare deve avere la serenità economica, deve sentirsi garantito. Ma lo sa io quanti testimoni di nozze ho fatto quest'anno, ma lo sa quanti regali ho fatto? Ho fatto il testimone di nozze a 21 matrimoni! Come che c'entra? Io sono un deputato all'antica, di quelli che prendevano le preferenze, devo ascoltare i bisogni, le esigenze della gente, ci sono delle spese.. »

Raffaele Lombardo – Presidente della regione Sicilia

«Se dobbiamo rapportare il mio stipendio al lavoro che faccio, minimo dovrebbero triplicarlo. Siccome quello che faccio non lo faccio per denaro, non so quanto guadagno e quanto mi rimane in tasca [..]Non faccio una vita di lussi non bevo, non fumo, non prendo caffé e non ho distrazioni. Ho solo le tasche bucate»

Gabriella Carlucci – Deputata Udc, Ex Pdl

«No, lo stipendio troppo alto no! Io ho una segreteria a Roma che pago io, due segreterie in Puglia che pago io… Sa cosa vuol dire mantenere una segreteria? Affitto, telefono, luce…  [..]Allora adesso io ti mando l’elenco delle mie spese. Perché io ho il rimborso aereo, ma quando vado a Trani o a Bari dormo e mangio in albergo. Ti faccio l’elenco delle mie spese e poi vediamo se il mio stipendio è alto. Il mio stipendio è il minimo! Perché tutte le spese che ho le sostengo con i miei soldi. Spese che giustamente servono a mantenere il rapporto con l’elettorato. »

Avevamo la “spugna” in casa e non ce ne siamo manco accorti, anzi, l’abbiamo chiamata con disprezzo “la Casta”. Li critichiamo, diciamo che guadagnano troppo ma sono proprio loro, i politici, che grazie alla loro propensione al consumo altissima, possono risollevarci dalla crisi! Più soldi alla Casta! Non agli operai che anzi evitano di spendere perchè hanno debiti da pagare (link, pagina 12 e 13).

Come dire, certi miti sono duri a morire...

Sulla domanda di moneta


L’implacabile lotta di Phastidio.net contro gli AAA (e non mi riferisco ai giudizi delle agenzie di rating ma agli Austerici Austriacanti Austriaci), continua senza sosta, oggi tocca a Stefan Karlsson.

Di fronte alla persistente assenza di iperinflazione (o anche solo di inflazione, a dirla tutta), Stefan Karlsson, economista svedese di scuola Austriaca, giunge ad una puntualizzazione assai preziosa per tutti quelli che proprio non riescono a capire la differenza tra base monetaria ed offerta di moneta, come abbiamo potuto sperimentare tempo addietro davanti alle sdegnate email dei fedeli austriacanti che vedono inflazione dietro ogni angolo di strada.

Ricordiamo che i fedeli austriacanti vedono l’inflazione dietro l’angolo se la BCE deciderà di monetizzare i debiti dei paesi periferici dell’area Euro che sono in difficoltà nel piazzare i propri titoli e/o rischiano il default.
Che ci sia certa gente a cui non va giù che la BCE stampi qualche trilione di euro per comprare i bond dei paesi PIGS e contemporaneamente ripulisca i bilanci delle banche che li hanno in portafoglio, è intollerabile per Phastidio! Casualmente, ma vi assicuro è solo un caso, chi tanto si inphastidisce se non si salvano le banche, poi lavora in una di quelle messe peggio riguardo il debito italiano, ma, ripeto, è solo un caso. O forse no, dopotutto Phastidio augurava a tutti gli altri di perdere il lavoro, quindi...
Ma torniamo a noi. Il blogger di MPS si “stupisce” che un economista austriaco come Stefan Karlsson conosca la differenza tra base monetaria e offerta di moneta. Il problema di Karlsson è spiegare a Krugman che, secondo la teoria austriaca, l’iperinflazione (dei prezzi) non è una diretta ed automatica conseguenza  di un aumento della base monetaria.

Scrive dunque Karlsson:
«L’analisi monetaria Austriaca non solo non dice ma, per quanto ne so io, non ha mai detto che aumenti nella base monetaria creano direttamente inflazione da prezzi. E’ solo indirettamente, nella misura in cui essa [la base monetaria, ndPh.] aumenta l’offerta di moneta, che ciò avrà un qualche effetto. E mentre l’offerta di moneta è aumentata negli ultimi anni, l’aumento è stato molto inferiore a quello della base monetaria»
«E anche se alcuni Austriaci talvolta si esprimono come se una maggiore offerta di moneta determinerà necessariamente l’aumento dei prezzi, ciò non è necessariamente vero, se anche la domanda di moneta si innalza»

Il caro Phastidio non si capacita di leggere “domanda” ed “offerta” di moneta, ha un sussulto... ma come?

Incredibile, non trovate? Un Austriaco che conosce la distinzione tra base monetaria ed offerta di moneta. Ma non finisce qui: un Austriaco pienamente consapevole del fatto che il prezzo di un bene, di qualsiasi bene, si forma all’intersezione tra domanda ed offerta:
Aspetta un attimo: “aumento della domanda di moneta”, hai detto? Ma la domanda di moneta non si innalza in modo massimo, giungendo all’accaparramento (hoarding) durante le situazioni di trappola della liquidità, uno dei capisaldi del keynesismo? No, è impossibile che un Austriaco usi un concetto keynesiano per puntellare una propria dissonanza cognitiva. O no?

La risposta, caro Phastidio, è no, non si usa un concetto keynesiano e mi verrebbe da dire che certi consigli, che si danno agli altri, sarebbe utile seguirli in prima persona.
In un precedente post ho spiegato come mai gli austriaci non seguono la teoria quantitativa della moneta e non considerano la moneta neutrale nemmeno sul lungo periodo.
Scrive Mises

«[La teoria quantitativa della moneta] è un’applicazione della teoria generale della domanda e dell’offerta riferite al caso speciale della moneta. Il suo merito consisente nel tentativo di spiegare come viene determinato il potere d’acquisto della moneta utilizzando lo stesso ragionamento impiegato per spiegare tutti gli altri rapporti di scambio. Il suo difetto è invece quello di essere una interpretazione olistica. Guarda al totale dell’offerta di moneta di una comunità e non alle azioni degli individui e delle imprese. Una conseguenza di questo punto di vista erroneo è l’idea che prevalga una proporzionalità tra le variazioni della quantità totale di moneta ed i prezzi monetari dei beni. Ma i suoi critici non riuscirono a tirar fuori gli errori inerenti nella teoria quantitativa e sostituirla con una più soddisfacente. Non cercarono di combattere quello che era sbagliato nella teoria ma attaccarono, al contrario, il suo nucleo di verità. Il loro intento era di negare che ci fosse una relazione causale tra i movimenti della quantità di moneta e quelli dei prezzi. Questo loro rifiuto li imprigionò in un labirinto di errori, contraddizione e nonsenso»

e conclude

«La teoria monetaria moderna prende il testimone lasciato dalla tradizionale teoria quantitative, partendo da dove riconosce che i cambiamenti nel potere d’acquisto della moneta devono essere trattati secondo i principi applicati a tutti gli altri fenomeni di mercato e che esiste una connessione tra le variazioni nella domanda e nell’offerta di moneta da una parte ed il potere d’acquisto di quest’ultima dall’altra»

La teoria austriaca della moneta viene elaborata da Mises nel 1912 con la sua prima opera: La Teoria della Moneta e del Credito ( Theorie des Geldes und der Umlaufsmittel ), che Rothbard descrive così:

«La visione meccanicistica di Fisher delle relazioni automatiche tra la quantità di moneta e il livello dei prezzi, delle “velocità di circolazione” e dei “rapporti di scambio”   fu definitivamente demolita da Mises a favore di una applicazione della teoria marginale di utilità integrata alla domanda e offerta di denaro stesso.
Nel caso di specie, Mises mostrò chiaramente che, così come il prezzo di ciascun bene era determinato dalla quantità disponibile e dalla intensità della domanda del consumatore per quel bene medesimo (basata sulla sua utilità marginale) così anche il “prezzo” o potere d’acquisto dell’unità di moneta veniva determinato dal mercato seguendo le stesse modalità. La domanda di moneta è una domanda per detenere contante (nel proprio portafoglio piuttosto che in banca, da poter spendere, prima o poi, in beni utili e servizi). L’utilità marginale dell’unità di moneta (il dollaro, il franco o l’oncia d’oro) determina l’intensità della domanda di denaro contante; l’interazione tra la quantità di moneta disponibile e la domanda della stessa determina invece il “prezzo” del dollaro (cioè la quantità di beni che il dollaro può comprare). Mises condivise la “teoria quantitativa” classica: un aumento nell’offerta di dollaro o di once d’oro porta alla diminuzione del suo valore o “prezzo” (porta cioè a un rialzo nei prezzi di altri beni e servizi); tuttavia, egli riformulò in modo considerevole questa primordiale teoria e la inserì nel contesto delle generali analisi economiche. Mises dimostrò che questa relazione è appena proporzionale: un aumento nell’offerta di denaro tenderà ad abbassarne il valore, tuttavia in quale percentuale ciò si verifichi, nel caso si verifichi realmente, dipende tuttavia da cosa succede all’utilità marginale di denaro, quindi dalla domanda di contante. Inoltre Mises dimostrò che la “quantità di moneta” non aumenta di colpo: il flusso di moneta viene iniettato in un dato momento nel sistema economico e i prezzi aumentano solo quando la nuova moneta si diffonde capillarmente in ogni settore dell’economia. Se il governo stampa nuova moneta e la spende diciamo in graffette, non avremo solo un semplice aumento del “livello di prezzo” come asseriscono gli economisti non Austriaci, ma avremo un aumento prima del reddito dei produttori di graffette e dei prezzi delle graffette quindi in seguito dei prezzi dei fornitori dell’industria delle graffette e così via. In tal modo un aumento dell’offerta di moneta porta a una variazione dei prezzi perlomeno temporanea e può anche portare a una variazione permanente dei redditi.»

Vediamo invece cosa scriveva Keynes nel 1936, con la sua teoria monetaria della preferenza per la liquidità.

Scrive Keynes:

«La preferenza temporale di un individuo richiede due set di decisioni distinte per essere portata a termine. La prima concerne quell’aspetto della preferenza temporale che ho chiamato la propensità al consumo, che, operando sotto l’influenza di vari motivi che ho descritto nel Libro III, determina per ogni individuo quanta parte del suo reddito vorrà consumare e quanta parte vorrà riserva sotto forma di “comando su consumi futuri”

Quindi, quando gli individui ricevono un reddito, per prima cosa decidono quanto allocare ai consumi e quanto “non spendere”. Successivamente sono messi di fronte ad un’altra decisione:

«In quale forma vuole detenere questo “comando” sui consumi futuri che ha messo da parte, dal suo reddito o da risparmi precedent. Vuole detenerlo nella forma di immediato, liquido comando (moneta o suo equivalente)? Oppure è preparato a rinunciare all’immediata possibilità di utilizzarlo per un periodo di tempo determinato o meno, lasciando alle future condizioni di mercato la possibilità di determinare in quali termini potrà, se necessario, convertire questo “comando differito” in “comando immediato” sui beni in generale? »

In pratica gli individui devono poi decidere cosa detenere sotto forma di moneta e depositi e cosa sotto forma di titoli. A questo punto Keynes definisce tre motivi per detenere moneta liquida:

a) domanda di moneta per il motivo delle transazioni: è la domanda che gli individui pongono al sistema emittente moneta per essere in grado di effettuare le proprie transazioni giornaliere (acquisti e pagamenti);
b) domanda di moneta per motivi precauzionali: è la richiesta di una certa riserva di liquidità da detenere per affrontare eventuali spese imprevista ed incidentali;
c) domanda di moneta per il motivo speculativo: viene rivolta al sistema emittente per consentire un rapido movimento di transizione da un mix di attività finanziarie all'altro, tipicamente può essere individuata come il denaro che un individuo detiene nell'attesa di un determinato andamento del mercato finanziario

E cosa viene determinato dalla domanda di moneta?

«Quindi il tasso di interesse è sempre, essendo il premio per aver rinunciato alla liquidità, la misura della riluttanza di quelli che hanno moneta a separarsi da essa.»

Questo excursus su Keynes ci serve per due motivi:
In primo luogo il framework keynesiano usa domanda ed offerta di moneta con riferimento alla determinazione del tasso di interesse, non del livello dei prezzi. Inflazione dei prezzi ci sarebbe invece soltanto quando la domanda globale supera le capacità produttive del sistema, cioè in condizioni di piena occupazione delle risorse disponibili, (demand pull inflazion) quando per un aumento del costo degli input le imprese tendono a traslare la maggiore spesa sul prezzo finale dei beni di vendita e dei servizi (cost push inflation), oppure quando la persistenza di una delle altre due cause fa sì che vi sia aspettativa di inflazione anche per il futuro, che si tramuterebbero in una spirale di crescita tra prezzi e salari (built in inflation).
Non che condivida questa teoria, ma quello pensano i keynesiani. Quindi Karlsonn non aveva in mente Keynes quando parlava di “domanda di moneta” ma Mises.
In secondo luogo la teoria della preferenza per la liquidità serve per capire questa successiva affermazione del Phastidio(so), altrimenti incomprensibile.

Quindi, cari amici Austriaci, abbiamo scherzato: la base monetaria non si è (ancora) trasformata in aumento dell’offerta di moneta, visto che il moltiplicatore della medesima è crollato. Quindi smettete di leggere l’aumento delle dimensioni del bilancio delle banche centrali come presagio funesto della Weimar prossima ventura, e concentratevi sull’aumento dell’offerta di moneta, nelle sue varie aggregazioni. Ma sull’aumento espresso in termini reali, cioè al netto dell’inflazione, mi raccomando.

A che serve, infatti, guardare i movimenti dell’offerta di moneta “al netto dell’inflazione” per determinare se avremo inflazione dei prezzi? È un assurdo.
Vediamo ad esempio il grafico dell’offerta di moneta, nelle sue varie aggregazioni ed espresso in termini reali, per gli Stati Uniti dal 1970 al 1984



Al netto dell’inflazione (dei prezzi), M1 oscilla un po’ ma nel 1984 è poco sotto al livello del 1970, mentre M2 ed M3 sono aumentate. Ma cosa possiamo dire dei prezzi guardando questi grafici? Ben poco. Senza conoscere i dati a priori, avreste potuto affermare che in quel periodo il tasso di crescita dell’indice dei prezzi al consumo era, per alcuni periodi, in doppia cifra? 

Allora perchè l’inphastidito parla di offerta di moneta in termini reali?

Perchè il framework keynesiano usa gli aggregati monetari in questo modo, nel modello IS-LM, per determinare la curva LM, cioè quella influenzata dalla politica monetaria e l’intendo di Phastidio è convincere tutti che ci troviamo con una politica monetaria restrittiva in cui la deflazione ci attende dietro l’angolo.

Perché l’illusione monetaria è una gran brutta malattia. Ma soprattutto cercate di studiare di più: avevate il Giappone come benchmark, e lo avete bellamente ignorato. Ora avete di fronte tutto il mondo occidentale, nelle stesse condizioni da sboom di credito e deleveraging: non fatevi scappare anche questa occasione.

Invitiamo umilmente anche il phastidioso a seguire i suoi stessi consigli prima di sparare ad alzata zero sugli AAA,  ma temiamo che da buon padawan riconvertito al lato oscuro, avrà ben altro da studiare.

Sempre due essi sono, un allievo ed un maestro.

Maledetti scrittori fantasy

A leggere i giornali sembra che la colpa della strage dell’altro giorno a Firenze è dello scrittore americano Howard Philip Lovecraft, reo di essere un po’ troppo figlio del suo tempo, ed aver instillato in Gianluca Casseri il germe dell’estraniamento dalla realtà e del razzismo. 


Questa idea emerge in particolare nell’articolo di Grazia Longo su La Stampa di Torino
 
«All’età di 12 anni, folgorato dall’incontro con H.P. Lovecraft, si aliena definitivamente dal cosmo ordinato che ci circonda». Poche righe in cui già proliferano il germe dell’estraniamento dalla realtà a favore della letteratura fantasy e, soprattutto, il germe del razzismo. In due libri in particolare lo scrittore americano Lovecraft spinge il suo razzismo alle estreme conseguenze, caratterizzando esplicitamente le persone di colore come «subumane».

Siccome vogliamo evitare che altri possano seguire le orme di Casseri e de norvegese Breivik, traviato a sua volta dal pericoloso estremista John Stuart Mill, ho compilato una lista di citazioni, purtroppo incompleta che potrà servire per ripulire gli scaffali di biblioteche e librerie da pericoli autori inneggianti al razzismo. 

Iniziamo da Aristotele, pericolosissimo perchè insegnato in tutte le scuole;

«Un essere che per natura non appartiene a se stesso ma a un altro, pur essendo uomo, questo è per natura schiavo: e appartiene a un altro chi, pur essendo uomo, è oggetto di proprietà: e oggetto di proprietà è uno strumento ordinato all'azione e separato. [...] Se esista per natura un essere siffatto o no, e se sia meglio e giusto per qualcuno essere schiavo o no, e se anzi ogni schiavitù sia contro natura è quel che appresso si deve esaminare. Non è difficile farsene un'idea con il ragionamento e capirlo da quel che accade. Comandare ed essere comandato non solo sono tra le cose necessarie, ma anzi tra le giovevoli, e certi esseri , subito dalla nascita, sono distinti, parte a essere comandati, parte a comandare. [...] Ora gli stessi rapporti esistono tra gli uomini e gli altri animali: gli animali domestici sono per natura migliori dei selvatici e a questi tutti è giovevole essere soggetti all'uomo, perché in tal modo hanno la loro sicurezza. Così pure nelle relazioni del maschio verso la femmina, l'uno è per natura superiore, l'altra inferiore, l'uno comanda, l'altra è comandata - ed è necessario che tra tutti gli uomini sia proprio così. Quindi quelli che differiscono tra loro quanto [...] l'uomo dalla bestia (e si trovano in tale condizione coloro la cui attività si riduce all'impiego delle forze fisiche ed è questo il meglio che se ne può trarre), costoro sono per natura schiavi [...]. In effetti è schiavo per natura chi può appartenere a un altro (per cui è di un altro) e chi in tanto partecipa di ragione in quanto può apprenderla, ma non averla: gli altri animali non sono soggetti alla ragione, ma alle impressioni. Quanto all'utilità, la differenza è minima: entrambi prestano aiuto con le forze fisiche per la necessità della vita, sia gli schiavi, sia gli animali domestici. Perciò la natura vuol segnare una differenza nel corpo dei liberi e degli schiavi: gli uni l'hanno robusto per i servizi necessari, gli altri eretto e inutile a siffatte attività, ma adatto alla vita politica [...]. Dunque, è evidente che taluni sono per natura liberi, altri schiavi, e che per costoro è giusto essere schiavi» (Aristotele, Politica I, 4-5)
E che dire di Montesquieu, il padre del costituzionalismo moderno

«Queste creature sono completamente nere e con un naso così schiacciato di cui si può avere a malapena compassione. Non si può concepire l’idea che Dio, che è un essere saggio, debba mettere un’anima, soprattutto un’anima buona, in un corpo del tutto nero […]. È impossibile supporre che quella gente siano degli uomini, cominceremmo a credere che non siamo noi stessi cristiani» (Lo spirito delle leggi, libro XV)
Vogliamo poi dimenticare il filosofo Immanuel Kant?

«I negri della costa d’Africa non hanno della origine loro alcun sentimento che s’innalzi al di sopra del frivolo. Sfida Hume chi che sia di nominargli un sol negro ch’abbia mostrato talenti e sostiene che, a centinaia di migliaia di schiavi tolte alle piagge della loro patria, e molti dei quali han racquistata la lor libertà, non se ne sia un solo incontrato che abbia prodotto cosa di grande nelle arti e nelle scienze; a questa sua assertiva oppone una folta di bianchi, che parevano esser ritenuti dal loro nascimento negli ultimi posti della società, e che me uscirono mercè la sola forza delle loro qualità native; tanta è omai distinta la differenza tra queste due specie d’uomini. Esse non si allontanano meno, una dall’altra, sotto il rapporto delle facoltà morali che sotto quello del lor colorito. Il culto delle fettisci, cui questi popoli vanno soggetti, è una sorte di sì deplorabile idolatria, che ricade al di sotto di quell’ultimo grado di ridicolo, di cui altri non oserebbe, nemmeno idealmente, d’insozzare l’umana natura. » (Kant, saggio sul sentimento del sublime e del bello)
Oppure l’illuminista scozzese David Hume?
«Sospetto i Negri e in generale le altre specie umane di essere naturalmente inferiori alla razza bianca. Non vi sono mai state nazioni civilizzate di un altro colore che il colore bianco. Né individuo celebre per le sue azioni o per la sua capacità di riflessione… Non vi sono tra di loro né manifatture, né arti, né scienze. Senza fare menzione delle nostre colonie, vi sono dei Negri schiavi dispersi attraverso l’Europa, non è mai stato scoperto tra di loro il minimo segno di intelligenza»
Sono sicuro che l’illuminata giornalista de La Stampa saprà fare buon uso di questa lista per prevenire questa “arte degenerata” che potrebbero “corrompere” la nostra cultura.

Inflazione o deflazione?


Da un po’ di tempo a questa parte è in atto una strana disputa tra chi vede nel futuro un’inflazione dei prezzi e chi invece sostiene che non bisogna affatto preoccuparsi del costo della vita perchè ci aspetta una dolorosa deflazione da credit crunch. I secondi, nonostante tutti gli indici dei prezzi dei paesi occidentali siano perennemente in aumento, tendono poi ad attaccare, con una certa supponenza ed aggressività, chi “osa” sostenere che stampare moneta farà aumentare i prezzi. Dopotutto la Fed ha triplicato la base monetaria e negli Stati Uniti non c’è iperinflazione, quindi perchè preoccuparsi?
L’equivoco, perchè di questo si tratta, è come spesso accade semantico. La frase che ha scatenato la reazione inphastidita, in una precedente versione di questo articolo, era:

«Stampare più moneta significa automaticamente un aumento dell’inflazione»

Sul termine “automaticamente” e sulla differenza tra base monetaria e offerta di moneta si basa quindi la replica stizzita. Ovviamente la risposta è giusta, i prezzi non aumentano automaticamente ed in modo uniforme quanto si stampa moneta, e c’è differenza tra base monetaria ed offerta di moneta (sia che consideriamo M1 oppure M2), ma sbagliate sono le conseguenze che si vogliono trarre, ovvero che se la BCE si decidesse a stampar denaro e monetizzare i debiti sovrani si risolverebbe il problema euro senza (quasi) nessuna ripercussione.

Per comprendere il perché di questa affermazione dobbiamo però aprire una piccola parentesi teorica e spiegare qual è la teoria monetaria alla base del discorso precedente. 

La teoria quantitativa della moneta

Normalmente si dà credito a John Locke per aver proposto per primo la teoria quantitativa della moneta ma la sua forma più conosciuta è quella che ha codificato Irving Fisher all’inizio del secolo scorso.

(1)   M*V=P*Q

Vediamo da dove deriva e poi discutiamo del significato dei vari termini.

Immaginiamo al mercato con un biglietto da 5 euro e lo utilizziamo per comprare 5 mele al prezzo di 1€ ciascuna. La transazione si può descrivere in due modi equivalenti:

  • Un biglietto da 5 euro passa da me al fruttivendolo
  • 5 mele al prezzo di 1€ ciascuna passano dal fruttivendolo a me
Riscriviamo queste due  proposizioni come una equivalenza:

(2)   1 biglietto da 5 euro = 5 mele al prezzo di un euro/mela

Ora immaginiamo che il fruttivendolo utilizzi lo stesso biglietto da 5 euro per comprare 2 kg di patate dal verduriere, al prezzo di 2,5 euro al Kg.

(3)   1  biglietto da 5 euro = 2 kg di patate al prezzo di 2,5€/Kg

Sommiamo la (2) con la (3) ed otteniamo

(4)   1 biglietto da 5 euro usato 2 volte = 5 mele al prezzo di 1€/mela + 2 Kg di patate al prezzo di 2,5€/Kg

Immaginiamo ora di fare la stessa cosa per tutti gli scambi che avvengono in una determinata nazione e sommare i risultati. Otterremo la seguente identità:

(5)   Σ(monete e banconote usate negli scambi)*(numero di volte che sono state usate) =Σ(beni e servizi venduti)*(prezzo a cui sono stati venduti)
 
A questo punto possiamo facilmente risalire alla (1) chiamando al primo membro
  •  M la massa monetaria
  • V la velocità di circolazione della moneta, ovvero quante volte in media una banconota/moneta passa di mano in una transazione
Ed al secondo membro
  • Q l’indice del valore reale delle transazioni effettuate. A volte al posto di Q si utilizza Y ovvero il prodotto nazionale lordo
  • P il livello generale dei prezzi

Fin qui niente di strano o controverso, abbiamo scritto una identità contabile, aggregato i termini e poi li abbiamo ridefiniti. In quanto identità contabile non c’è nessuna causalità tra M,V,P e Q. Si tratta semplicemente di una fotografia degli scambi monetari effettuati in un certo luogo durante un certo periodo di tempo.
A questo punto però alcuni economisti hanno iniziato a porre delle condizioni sui termini, considerare l’identità come equazione e utilizzarla per fare previsioni.
Ad esempio i monetaristi pensano che la velocità di circolazione sia prevedibile e che quindi la si possa considerare come una costante e che la produzione reale non sia influenzata dalle variabili monetarie e sia quindi costante nel breve periodo.
A questo punto (purtroppo) diventa facile assumere una relazione automatica e lineare tra la quantità di moneta M ed il livello dei prezzi P:

“Se la quantità di moneta aumenta del 10% ed il PIL non cresce allora avremo una inflazione dei prezzi del 10%”

Questa affermazione è “pericolosa” anche se in prima battuta sembrerebbe associabile al semplice buonsenso.

É infatti corretto affermare che se si stampano soldi e si aumenta la moneta in circolazione allora, prima o poi, aumenteranno anche i prezzi, ma legare le due cose in forma matematica ed automatica fa perdere di vista il processo causale con cui l’aumento della moneta farà effettivamente aumentare i prezzi.
È molto importante capire chi riceverà la nuova moneta, come la spenderà ed in quanto tempo. Inoltre va considerato qual è il sentiment di banche e consumatori, quali sono le aspettative per il futuro, etc. Tutti elementi che in quella relazione spariscono.

Inoltre pensare di poter legare meccanicamente il livello dei prezzi al PIL ed alla massa monetaria, può suggerire ai banchieri centrali di tentare di “stabilizzare” il tasso di inflazione (dei prezzi), agendo dal lato dei rubinetti monetari. Se il PIL cresce ad un ritmo del 3%, ragionano questi economisti, allora la massa monetaria deve crescere almeno altrettanto, in modo da evitare accuratamente la deflazione dei prezzi; anzi, meglio se si riesce ad ottenere un po’ di inflazione, magari fissando un target vicino al 2%.

Non è un caso se le due crisi economiche più devastanti dell’età contemporanea sono state precedute da un decennio in cui si riteneva che gli obiettivi di “stabilità dei prezzi” fossero stati rispettati.
Torniamo ora all’inizio. 

Perchè nell’articolo si diceva che aumentare la moneta farà aumentare automaticamente i prezzi? La risposta è semplice, l’autore teneva costanti V e Q e quindi ogni aumento di M veniva trasferito proporzionalmente su P.
Perchè l’inphastidito rispondeva stizzito? Perchè ipotizzava una V in diminuzione e quindi immaginava che aumentando M il prodotto M*V rimanesse costante.

Come avviene dunque l’aumento dei prezzi quando si stampa moneta? Per descrivere il processo, perchè di questo si tratta, vorrei riciclare, perdonatemi, una storiella utilizzata qualche anno fa.

Inflazione al mercato

Immaginiamo che Giorgio l'ortolano si rechi al mercato rionale per vendere le sue patate. Dall'esperienza delle settimane passate sa che fissando il prezzo a 2 euro il Kg riuscirà a vendere tutti e 15 i Kg di patate che ha portato con sé.
In piazza ci sono Anna, Beatrice e Carla che sono scese per fare la spesa: ognuna ha deciso di destinare 10 euro all'acquisto di patate dall'ortolano. Passa prima Anna e ne compra 5 kg, poi Beatrice fa lo stesso ed infine, nella tarda mattinata è il turno di Carla, che acquista gli ultimi 5 kg.
La settimana seguente il prezzo delle patate è sempre di 2 euro ma nel frattempo è successo qualcosa. Anna ha infatti sposato un bravissimo falsario ed ora può destinare all'acquisto di patate 20 euro, di cui 10 falsi.
All'apertura del mercato Anna acquista subito 10 Kg di patate e se ne va. Quando poco dopo giunge Beatrice e compra gli ultimi 5 chili Giorgio si ritrova senza più mercanzia. Siamo solo a metà mattinata e le patate sono già state tutte vendute: non c'è più nulla per Carla, che torna a casa a mani vuote.
Nei giorni seguenti Giorgio ragiona tra sé e sé: “Poiché non posso portare al mercato più di 15 chili di patate e dal momento che a 2 euro le ho vendute tutte subito, potrei provare ad aumentare il prezzo!”
Detto, fatto. La settimana successiva il prezzo delle patate è di 2 euro e cinquanta al chilo.
Come al solito passa Anna con i suoi 20 euro, con i quali ora può acquistare solo 8 kg di patate, seguita da Beatrice e Carla, le quali si dividono a metà gli ultimi 7 chili, pagando 8 euro e 75 centesimi a testa.
Giorgio l'ortolano se ne torna a casa con 37.5 euro, sette e mezzo in più della settimana precedente.

Che cosa ci insegna questo breve aneddoto esemplificativo?
  • I primi a ricevere la moneta nuova incrementano il loro reddito a spese di chi la moneta non la riceve: Anna riesce in un primo tempo ad acquistare i prodotti al “prezzo vecchio” ed anche dopo l’adeguamento dei prezzi può comprare più patate di quanto riuscisse a fare in partenza (+3 Kg) , il tutto a spese di Carla e Beatrice (-1,5 Kg a testa).
  • Il prezzo aumenta in seguito ad un incremento della domanda
Giorgio non aumenta il prezzo delle patate perché è un negoziante cattivo e speculatore ma lo fa in seguito ad un aumento della domanda di patate innescata dai dieci euro falsi di Anna. Un eventuale intervento governativo volto a calmierare il prezzo non farebbe altro che peggiorare la situazione (nel cap. XII dei Promessi Sposi Manzoni ne dà una splendida descrizione)
  • I prezzi non vengono adeguati in modo istantaneo ed uniforme
Trascorre del tempo tra l’introduzione della moneta nuova e l’aumento effettivo dei prezzi e questi ultimi non aumentano in modo uniforme. Vediamo perché:

Siamo sempre al mercato e stavolta ci occupiamo di Dario il macellaio. 

Anna è vegetariana, Carla e Beatrice spendono ogni settimana 10 euro per comprare del filetto ed a fine giornata Giorgio l’ortolano destina un terzo dei suoi ricavi (10 euro) all’acquisto di carne.
Immaginiamo che la prima settimana il prezzo della carne sia di 10 euro al Kg e che Dario abbia in negozio 3 Kg di carne, che vengono tutti venduti. Per tre settimane tutto continua come prima fino alla sera della quarta settimana, quando Giorgio arriva in negozio con 13 euro (ne ha incassati 37,5) e vorrebbe acquistare della carne che però non c'è.

Che cosa accadrà la settimana seguente al prezzo della carne? 

Dario lo aumenta ad 11 euro al chilogrammo! Tra l'altro sua moglie Laura sì era lamentata con lui per l’"immotivato" aumento del prezzo delle patate....

Col passare del tempo, man mano che la nuova moneta “circola” nell'economia, vi sono adeguamenti nei prezzi di tutti i beni (ed eventualmente anche nei salari), ma in tempi ed in modalità diverse: la settimana successiva all'introduzione dei 10 euro falsi il prezzo delle patate è aumentato del 25% mentre quella seguente è toccato alla carne rincarare del 10%.

L’effetto globale è proprio quello di un aumento continuo e generalizzato dei prezzi e dei salari accompagnato da un trasferimento di ricchezza reale dagli ultimi a “ricevere la moneta nuova” (i salariati il cui stipendio aumenta solo alla fine) verso i primi ad utilizzarla.

Perchè non c’è iperinflazione negli Stati Uniti?

In conclusione vediamo di capire perchè l’intervento della Fed nel monetizzare i titoli tossici delle banche americane non ha portato ad un aumento vertiginoso dei prezzi. La risposta è che gli istituti di credito stanno tesaurizzando quella moneta, mantenendola in forma liquida come conto di riserva presso la Federal Reserve: non si fidano le une delle altre, temono un futuro di stagnazione economica e pertanto non prestano.
Anna prende i soldi falsi dal marito e li tiene sotto il materasso, almeno per il momento. Ma quando si calmeranno le acque e deciderà ad andare al mercato e spendere quei soldi, come farà Ben a fermarla?