I grattacieli e le crisi economiche



«Nel 1999 un analista della banca di investimento Barclays Capital, Andrew Lawrence, inventò un nuovo indice per misurare i cicli economici globali. Tredici anni dopo «lo skyscraper index», la correlazione tra la costruzione di grattacieli come segnale di allarme per gravi crisi finanziarie, sembra mostrare sempre più numerose evidenze»

Forse abbiamo finalmente trovato un indice affidabile da passare a Elicottero Ben in modo che si renda conto per tempo di una crisi finanziaria in avvicinamento? Ci troviamo in uno di quei casi in cui due eventi non correlati hanno comportamenti simili? Oppure c’è dell’altro?

Leggiamo le “evidenze” empiriche della teoria.

«Storicamente la prima conferma è data dal palazzo Equitable Life a New York, completato nel 1873, fu una delle prime costruzioni a essere dotata di ascensori. Appena ultimato gli Stati Uniti dovettero affrontare una fase recessiva che durò 5 anni. Andò peggio, negli anni Trenta, dopo che a New York furono ultimati i lavori dell' Empire State Building, il Chrysler Building e il 40 di Wall Street. L'ebrezza da altitudine dovette fare i conti con la depressione globale. Anche il World Trade Center di New York nel 1972 e la Sears Tower a Chicago nel 1974 .
Ma quelle che vengono definite dallo studioso come «insane correlazioni» non riguardano solo il suolo americano. Le Petronas Tower a Kuala Lumpur, il primo degli edifici più alti al mondo ad essere costruito fuori degli Stati Uniti in 130 anni, ha coinciso con la crisi finanziaria asiatica del 1997. Anche il record raggiunto dal Burj Khalifa, 2.717 metri di altezza distribuiti in 162 piani, venne spazzato dal collasso finanziario e immobiliare di Dubai che seguì poco dopo. »

Se vogliamo, possiamo aggiungere pure la Shard London Bridge, che diventerà il grattacielo più alto d’Europa e la cui costruzione è iniziata nel marzo del 2009, quando la crisi dei debiti sovrani europei era ancora alle porte (lo spread tra i bond greci a 10 anni e quelli tedeschi era di circa 250 punti base).

Correlazione o causalità?

Diversi economisti hanno voluto testare l’ipotesi che ci fosse davvero correlazione tra la costruzione di un grattacielo record e le crisi economiche. Ad esempio Barr, Mizrach e Mundra hanno prodotto un articolo nel 2001 intitolato “Skyscraper Height and the Busness Cycle: International Time Series Evidence” in cui analizzavano:

a) date di annuncio e completamento dei grattacieli e picchi delle recessioni
b) altezza dei grattacieli e crescita economica

Ovviamente non hanno trovato nessuna correlazione significativa (ci mancherebbe), ma il fatto che ci siano economisti che per testare una ipotesi del genere vadano ad utilizzare complicati modelli econometrici è un tantino preoccupante.

Se i dati empirici avessero mostrato una stretta e precisa correlazione tra le date di costruzione dei grattacieli e l’inizio delle recessioni economiche, quegli economisti avrebbero forse preteso di affermare che la costruzione di grattacieli record causa le recessioni? 

Missione compiuta, problema risolto Mr. Bernanke! Basta vietare la costruzione di grattacieli altissimi!

E che dire allora dell’indicatore del Super Bowl? Qualche macroeconomista si offre volontario? 

I grattacieli e le crisi

Così come non è vero che sei hai la febbre hai l’influenza, mentre è vero il contrario, allora forse è meglio precisare che la costruzione di grattacieli altissimi è spesso un sintomo non tanto della crisi che è alle porte quanto piuttosto del boom insostenibile che ne sarà l’origine.

A questo proposito può essere interessante l’articolo del 2008 di Mark Thornton “Skyscrapers and business cycles”, nel quale viene usata la teoria austriaca del ciclo economico per spiegare come mai certi grattacieli siano costruiti proprio nella fase finale di un boom e vengano terminati proprio in concomitanza dell’insorgere della crisi.

La spiegazione suona più o meno così. 

Sappiamo, dalla teoria di Mises ed Hayek, che il declino dei tassi di interesse indotto dall’espansione creditizia dà origine ad un boom di investimenti che risulta in un’espansione delle dimensioni delle imprese ed in contemporanea un aumento dei prezzi dei terreni. Imprese più grandi necessitano di uno spazio maggiore per uffici e quindi in un incremento nella domanda di edifici commerciali. Infine il credito a buon mercato permette investimenti nella ricerca che possono fornire a costruttori e designer la tecnologia necessaria per battere i precedenti record di altezza.

Se il grattacielo viene progettato nel pieno del boom, la sua costruzione, però, non può avere inizio che verso la fine dello stesso. L’edificio verrà quindi completato proprio nelle prime fasi della crisi e gli analisti, come Lawrence, lo inseriranno nel loro skycrapers index.

Quindi non preoccupatevi se vedete sorgere un grattacielo all’orizzonte, fate piuttosto attenzione al boom che ne ha preceduto la costruzione.

Liberammazziamo? Ma per piacere!


Mi spiace un po’ scrivere questo pezzo perchè Marco Cedolin è una persona che conosco e di cui condivido alcune battaglie. Certamente non siamo sempre d’accordo (in realtà quasi mai) ma il mondo è bello perchè vario. In questo articolo però, ripubblicato su diversi siti di “controinformazione,” ha veramente preso un granchio enorme.

Ricordo a Marco che quelli che in Italia sostengono da sempre le liberalizzazioni sono poi gli stessi (e gli unici ad un certo livello) che hanno effettuato un’analisi, senza pregiudizi, dei costi/benefici della TAV ed hanno scritto che è un opera inutile. Sarà un caso che chi è invece contro le liberalizzazioni è poi lo stesso che incita a manganellarvi quanto protestate a Chiomonte?

Ma lasciamo stare i preamboli ed andiamo al cuore dell’articolo di Cedolin, che voglio commentare punto per punto. Dopo un’introduzione in cui ci ricorda che Monti è il Cagliostro di Goldman Sachs, il grande usuraio mondiale, e che la finanza mondiale vuole abolire l’articolo 18 per farci licenziare tutti, Cedolin si lancia in una filippica contro le liberalizzazioni selvagge prospettate dal Governo Monti:

In realtà, scrostando le evanescenti illusioni sostenute da tanto bettolare, l’operazione liberalizzazioni viene portata avanti con l’unico scopo di eliminare definitivamente i tassisti, i benzinai, i commercianti, i farmacisti (titolari di farmacia) gli avvocati indipendenti ed alcune altre categorie.

Quindi liberalizzando una professione questa scompare? Se tutti possono decidere di intraprendere la carriera di tassista allora questi ultimi svaniscono nel nulla? Si estinguono? E le professioni che non sono protette da ordini e tariffari minimi che fine hanno fatto allora? Sono spariti panettieri e idraulici? Forse la parola “liberalizzazione” è in realtà il nome in codice di una qualche operazione segreta degli Illuminati di Baviera che ha come scopo il genocidio degli avvocati? Mistero.

Le grandi compagnie (facenti capo a banche e multinazionali) gestiranno il mercato dei taxi, più ricco di mezzi ma con al volante dipendenti precari con paghe da fame, facendo si che laddove sbarcavano il lunario migliaia di famiglie sostenute da un lavoratore imprenditore, sopravviveranno sotto la soglia di povertà migliaia di poveracci costretti ad un lavoro indecente, saltuario e mal pagato.

Poveri tassisti. In Italia abbiamo le tariffe tra le più alte d’Europa ma la concorrenza va evitata! Vorrete mica ridurre sul lastrico questa povera categoria che non riesce ad arrivare a fine mese? La soluzione? Beh tutti quelli che difendono a spada tratta le licenze a numero chiuso e le tariffe attuali perchè non si fanno qualche giro in taxi per sostenere il reddito di questa categoria così bistrattata?
Forse cambierebbero idea.

Le farmacie passeranno progressivamente dalle mani d’imprenditori facoltosi che avevano investito un discreto capitale nell’impresa, a quelle dei colossi dell’industria farmaceutica e della grande distribuzione, che non mantengono famiglie (tranne le poche che compongono i gruppi di potere) ma fondi d’investimento anonimi quanto può esserlo un alieno.

La preoccupazione è sempre quella: arriva il grande colosso e si prende tutto, schiavizzando i pochi “imprenditori facoltosi”, che qui, per un attimo, non sono più i bastardi capitalisti sfruttatori ma son diventati improvvisamente i buoni imprenditori che avevano investito il capitale nell’impresa. Poveretti.

Peccato che la situazione sia ampliamente diversa: oggi in Italia per aprire una farmacia bisogna ottenere una licenza dalla Regione, licenza che viene concessa solo tramite concorso pubblico in modo che non ci sia più di una farmacia ogni circa 4000 abitanti. E se la farmacia c’è già? O ereditate la licenza da qualcuno che già l’aveva oppure potete provare a comprarla per una grossa cifra (in media si parla di due terzi del fatturato che, sempre in media, è intorno a un milione e mezzo di euro l’anno).

Il risultato? Da una parte abbiamo i figli e nipoti di farmacisti che si ereditano la licenza e così possono entrare nel mondo chiuso e protetto della professione, dall’altra abbiamo chi invece ha avuto natali diversi e dopo essersi magari fatto un mazzo tanto per ottenere una laurea a pieni voti, è costretto a fare il dipendente per i primi, sborsare un sacco di quattrini solo per ottenere da loro il pezzo di carta oppure cercarsi qualcos’altro.

I pochi negozi ancora in piedi chiuderanno i battenti, non potendo competere in termini di costi con la grande distribuzione che aspetta trepidante di fagocitarli e magari riciclarne i titolari sotto forma di precari part time.

Ma qui si parla di liberalizzare l’accesso a professioni chiuse e protette da un ordine, mentre per i negozi le liberalizzazioni riguardano la flessibilità nell’orario di apertura. Per il resto i negozi sono già stati ampliamente “liberalizzati”. Non ci sono licenze contingentate per fare i panettieri, aprire una boutique oppure una ferramenta, non dovete essere figlio o nipote di idraulico per svolgere quella professione. Dovete essere bravi ed offrire un buon servizio ad un prezzo ragionevole, altrimenti i clienti si rivolgeranno qualcun altro.

I benzinai termineranno di essere titolari (o semi titolari visto che la situazione attuale già non è idilliaca) del loro esercizio e nel migliore dei casi potranno aspirare ad un ruolo di dipendente precario delle grandi compagnie petrolifere, presso la pompa che gestivano da parecchi decenni e che una volta consentiva loro di mantenere la famiglia.

Peccato che la riforma voglia consentire al benzinaio di comprare la benzina dove vuole, invece di essere costretto a rivolgersi in esclusiva ad un produttore che gli impone prezzi e margini. Tra l’altro pare che la proposta possa prevedere che gli stessi produttori siano costretti a cedere un terzo delle loro reti ai benzinai, che quindi diventeranno titolari del loro esercizio! Insomma la liberalizzazione va proprio in direzione opposta a quanto prospettato da Cedolin e soprattutto va contro l’oligopolio delle compagnie petrolifere, che normalmente sono descritte come la Spectre mentre qui diventano magicamente realtà indifese da tutelare.

Gli avvocati diventeranno dipendenti (agiati?!) di grandi studi modello americano che fattureranno cifre astronomiche a beneficio del gotha che ben conosciamo.

Qui scadiamo nell’assurdo. Non so se sia più ridicola questa difesa degli avvocati o quella del presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, che ha dichiarato che “l’avvocatura non si piegherà agli interessi dei poteri forti”. Proprio loro! La lobby più rappresentata in Parlamento, che in estate aveva trasversalmente minacciato di far cadere il governo non appena si era ventilata un’ipotesi di revisione degli ordini professionali (nessuno conosceva il testo della riforma ma loro avevano già inviato una lettere minatoria), ora si erge paladina del cittadino contro il complotto Pippoplutomassonico.

La paura è sempre del grande studio, della grande distribuzione, della grande catena e, per tutelarci da questo orrore, tutto è consentito.

Anche che si faccia causa contro uno studio di avvocati low cost perchè chiede 612€ iva inclusa per una causa di divorzio, sospesi per due mesi dall’ordine per aver violato “la dignità e il decoro della professione”, oppure che si apra una procedura contro un altro studio che aveva usato lo slogan “prima consulenza gratuita” e quindi era venuto meno al “divieto di accaparramento della clientela”.

Questo stai difendendo, Cedolin!

E gli italiani? Si ritroveranno sempre più poveri e sempre più americani, ma vuoi mettere l’ebbrezza di fare shopping sotto le stelle e viaggiare in taxi quando vuoi? Sempre che il mestiere che ti permetteva di accedere al desco due volte al giorno non fosse il commerciante, il tassista o il benzinaio (farmacisti ed avvocati il lunario lo sbarcheranno lo stesso), in questo caso nada, è il progresso, bellezza!

Oppure continueranno a pagare prezzi salatissimi per tutelare i privilegi di farmacisti, notai, avvocati, tutte queste professioni vigliaccamente colpite dai poteri forti che vogliono condannarci alla miseria. 

Siamo seri.

Gli errori della MMT: la divisione dell'economa in settori

Quando si gioca con le identità contabili è facile commettere degli errori grossolani, considerandole come relazioni causali e non come semplici fotografie di un qualcosa che è già successo. Nel precedente articolo ho sottolineato come la Modern Money Theory introduca un concetto privo di importanza, la ricchezza finanziaria netta, e poi, con qualche gioco di prestigio e dividendo l’economia in due settori, quello pubblico e quello privato, arrivi ad affermare che:


risparmio privato = deficit pubblico

Abbiamo visto come Wray usi questa “relazione” per affermare, sbagliando, che il settore privato può risparmiare se e soltanto se contemporaneamente il settore pubblico sta facendo deficit. Barnard ci ha poi messo del suo e con una traduzione creativa ha addirittura sostenuto che il settore privato può arricchirsi solo se lo Stato fa deficit.
In realtà l’unica cosa che Wray avrebe potuto dire è che il settore privato aveva utilizzato parte dei suoi risparmi per finanziare investimenti privati e parte per finanziare il deficit pubblico. Quindi al massimo la causalità era inversa: il risparmio privato ha permesso allo Stato di spendere a deficit.
Dopotutto come fate a spendere a debito se nessuno vi presta dei soldi?
Ma andiamo avanti nella disanima della Modern Money Theory e vediamo come anche la divisione dell’economia in settori sia del tutto arbitraria. 

Scrive sempre Wray:
Alcuni lettori hanno preferito utilizzare differenti identità contabili. Sì, lo potete fare. Possiam scegliere di dividere l’economia in altri settori invece di utilizzare la solita separazione tra settore privato, settore pubblico e resto del mondo. Ad esempio potremmo dividere l’economia secondo il colore dei capelli: biondi + neri + rossi + blu + castani + bianchi, etc. Per i nostro scopi la divisione che abbiamo utilizzato è la più utile

Quindi potevamo dividere la società utilizzando altri criteri e partendo dalle stesse identità contabili arrivare a conclusioni differenti, facciamo alcuni esempi:

a) divisione razzista: italiani vs immigrati
Gli immigrati possono aumentare i propri risparmi se e soltanto se gli Italiani fanno debiti (vale anche il contrario)
b) divisione leghista: Nord vs Sud
Il Sud può aumentare i propri risparmi se e soltanto se il Nord si indebita (e viceversa)
c) divisione sessista: donne vs uomini
Le donne possono aumentare i propri risparmi se e soltanto se gli uomini si indebitano (e viceversa)

Potremmo continuare all’infinito e cercare il criterio di divisione più adatto per cercare di avvalorare le nostre tesi del momento. Se poi volessimo sostituire la frase “aumentare i propri risparmi” con “arricchirsi” avremmo la versione della teoria propagandata da Barnard, che in queste varianti, le quali hanno tutte la stessa legittimità teorica di quella originale (pari a zero), assumono però connotazioni razziste, sessiste, etc.

In conclusione, giocare con le identità contabili è pericoloso ed il rischio di commettere errori grossolani è sempre dietro l’angolo, specialmente quando si usa la matematica.

Lost in translation ovvero Barnard e la MMT

Update. L'articolo è stato aggiornato.

Eravate pronti a spogliarvi dagli abiti mondani per indossare la tenuta da guerra e combattere il signoraggio bancario? Pensavate che la Banca Centrale fosse il nemico da abbattere per riconsegnare la stampante nelle mani dello Stato? Che la Fed fosse un organismo privato che strozzava il governo federale sotto il peso del debito pubblico?


Contrordine compagni! Ora gli Stati Uniti sono l’esempio da imitare, perchè il dollaro è una moneta sovrana e la Fed è lo strumento per uscire dalla crisi in modo facile ed indolore, parola di Paolo Rossi Barnard e dei fautori della Modern Money Theory.

Mi ero sempre chiesto da dove il nostro beniamino, re degli intellettuali alternativi, avesse tirato fuori la sua celebre perla contenuto ne “Il più Grande Crimine”:

«E di conseguenza se il governo in questione spende acquistando più di quanto incassa, cioè se versa più denaro al netto fra i cittadini di quanto gliene tolga con le tasse (se spende a deficit), questo arricchisce la società. Cosa avete appena letto? Avete letto proprio che il governo a moneta sovrana che spende a deficit, cioè che spende a debito, crea ricchezza nella comunità. Ecco dimostrato che il debito cosiddetto pubblico non è affatto il debito dei cittadini, anzi, il contrario. Si può infatti affermare che esso è ciò che noi cittadini intaschiamo, non ciò che noi cittadini dobbiamo a qualcuno»

Mi sembrava talmente assurda e ridicola da non dover necessitare “dati o prove tecniche” per essere confutata ma ho voluto lo stesso caricarmi di buona volontà e leggere un primer sulla Modern Money Theory, che potete trovare a questo indirizzo, per capire da dove Barnard avesse tirato fuori quelle fantasiose teorie. Leggendo la seconda lezione ho finalmente capito. È risultato subito molto chiaro in quale mondo alla rovescia vivano i sostenitori della Modern Money Theory e soprattutto come la versione italiana debba aver sofferto di qualche piccolissimo errore di traduzione perchè i fan nostrani della MMT non sono neanche riusciti a capirla.

Leggiamo insieme.

Un nostro asset finanziario corrisponde ad una passività finanziaria per qualcun altro. È un principio fondamentale della contabilità che ad ogni attivo finanziario corrisponda un uguale passività che lo eguaglia. Un deposito bancario è un asset per le famiglie ma rappresenta un debito per le banche (un pagherò). Un’obbligazione di un’azienda o del governo, di nuovo, è un asset per le famiglie ma rappresenta una passività per chi lo ha emesso (sia il governo o l’azienda). Anche le famiglie hanno dei debiti, come i prestiti studenteschi, i mutui o il finanziamento per l’acquisto di un’automobile. Questi però sono asset per i creditori, che potrebbero essere banche oppure vari tipi di istituzioni finanziarie come fondi pensione, hedge funs o compagnie di assicurazione.

Su questo punto non ci possono essere contestazioni, sono principi basilari di contabilità: se ti presto 100€, avrò un credito verso di te di 100€ e tu avrai un debito con me per la stessa cifra.  Non c’è nulla di rivoluzionario né incredibile, è una semplice identità contabile.
Ma lo sappiamo bene come va a finire con le identità contabili, vero?

La ricchezza finanziaria netta di una famiglia è uguale alla somma di tutti i suoi asset finanziari meno la somma dei suoi debiti. Se questo numero è positivo allora ha una ricchezza finanziaria netta positiva.

Di nuovo, molta attenzione perchè qui iniziano i “magheggi”. Non si sta parlando di ricchezza delle famiglie ma di ricchezza finanziaria, ovvero soltanto dei crediti e dei debiti che una famiglia ha in portafoglio. Questa definizione può dar luogo a spiacevoli interpretazioni che un semplice esempio può aiutarci ad evidenziare.
Immaginiamo di avere un lingotto d'oro del valore di 1450€ in portafoglio e non possedere nessun credito né debito. La nostra ricchezza finanziaria nettà è al momento nulla.
Andiamo in banca, vendiamo l'oro e compriamo 1000 azioni Calistracci Oil (prezzo 1,45€). Ora la nostra ricchezza finanziaria netta è di 1450€, infatti abbiamo 1000 azioni (asset) e nessun debito.
Poco dopo una strana atmosfera pervade la borsa ed le azioni iniziano misteriosamente a salire di prezzo, fino ad essere quotate oltre 9€ ad azione. Tutti vogliono le Calistracci Oil e a questo punto decidiamo di venderle incassando 9000€, che poi usiamo per acquistare un'auto nuova.
La nostra ricchezza è aumentata? Vi sfido a sostenere il contrario! Ma secondo la definizione che viene utilizzata dalla MTT la nostra ricchezza finanziaria netta è diminuita, di 1450€. Infatti ora non abbiamo più né crediti né debiti e quindi la nostra ricchezza finanziaria netta è zero.
Continuiamo nella lettura.

Una nota sulla ricchezza non finanziaria (gli asset reali). Un asset finanziario è necessariamente bilanciato da un debito. Nell’aggregato, quindi, la ricchezza finanziaria netta deve essere uguale a zero. Tuttavia, gli asset reali rappresentano ricchezza che non è controbilanciata da debiti, quindi, a livello aggregato la ricchezza totale è uguale al valore degli asset reali.

Anche qui niente di strano, segue dalla definizione di partita doppia. Se per ogni credito è registrato un debito uguale allora, considerando il mondo intero, la somma di tutti i crediti sarà uguale alla somma di tutti i debiti.

Il corollario è che l’unica ricchezza che conta, a livello aggregato, è quella reale.

Spesso è utile distinguere tra diversi tipi di settori nell’economia. La distizione più semplice è tra il settore pubblico (includendo tutti i livelli di governo) e quello privato (aziende e famiglie). Se dovessimo considerare tutti gli asset e le passività finanziarie emesse dal settore privato, è solo una questione di logica che la somma sia uguale a zero. In altre parole la ricchezza finanziaria netta è uguale a zero se consideriamo solo i “pagherò” emessi dal settore privato. Questi vengono a volte chiamati “ricchezza interna” perchè è “interna” al settore privato. Se il settore privato vuole accumulare una ricchezza finanziaria netta, questa deve essere nella forma di “ricchezza esterna”, ovvero, crediti verso un altro settore. Data la nostra divisione tra settore pubblico e privato, la ricchezza finanziaria esterna deve essere nella forma di obbligazioni governative.

Visto dove stiamo andando a parare? La ricchezza reale (l’unica ricchezza che conta a livello aggregato) è sparita dal discorso e si inizia invece a proporre l’idea che il settore privato possa incrementare la sua ricchezza se e soltanto se il settore pubblico si indebita. Certo, si parla di ricchezza finanziaria con la definizione utilizzata in precedenza, ma cominciate a capire da dove salta fuori l’affermazione per cui “solo lo Stato, facendo debito, può creare ricchezza?”

La ricchezza finanziaria netta privata è uguale al debito pubblico. I flussi (di reddito e spesa) si cumulano in riserve. L’accumulazione netta di asset finanziari da parte del settore privato nel corso dell’anno è possibile soltanto se la sua spesa è minore del suo reddito nello stesso periodo. In altre parole, il settore privato sta risparmiando, permettendogli di accumulare una riserva di ricchezza nella forma di asset finanziari. Nel nostro semplice esempio con solo un settore pubblico ed uno privato, questi asset finanziari sono debiti governativi, in particolare obbligazioni o emissioni monetarie. Questi titoli di debito, a loro volta, possono essere accumulati solo quando il governo spende più di quanto riceva sotto forma di tasse.

Avete notato il gioco di prestigio? Come in poche righe si è arrivati ad affermare che il settore privato può “risparmiare” soltanto se il settore pubblico spende in deficit?

Sveliamo il trucco.

Immaginiamo di avere soltanto un settore privato, composto da famiglie ed imprese, il cui reddito aggregato, quello che chiamiamo anche Prodotto nazionale lordo, è di 100 miliardi di euro, nella forma di stipendi, profitti, etc. Di questi 100 miliardi, 80 vengono spesi in consumi e 20 vengono risparmiati dalle famiglie e prestati alle imprese, che li investono per aumentare, l’anno successivo, la produzione di beni e servizi esistenti oppure produrne di nuovi.

In questo esempio la ricchezza finanziaria netta, così come definita in precedenza, non aumenta (i crediti sono uguali ai debiti) ma il settore privato sta risparmiando, altroché, e sono proprio quei risparmi a finanziare gli investimenti che consentiranno di aumentare la sua ricchezza reale.
Evitando di mangiare tutta la torta oggi (risparmiando) è possibile aumentare le dimensioni della torta domani (investendo). È il fondamento del Capitalismo.

Inseriamo ora nella storiella precedente lo Stato che, per semplicità, decide di emettere obbligazioni per 10 miliardi in modo da finanziare in deficit la propria spesa. Immaginiamo che le famiglie continuino a spendere 80 miliardi ma decidano di allocare 10 miliardi, dei propri risparmi, nel debito pubblico. Non è detto che ciò avvenga ma facciamo finta che il governo riesca a collocare tutti i propri titoli (in questi mesi abbiamo visto che non è così semplice).

Ciò che succede è che le obbligazioni governative vanno a far concorrenza a quelle private. Nell’esempio precedente gli investimenti privati erano di 20 miliardi mentre dopo l’intervento dello Stato la cifra è scesa a 10. Inoltre, poichè è aumentata l’offerta di titoli a domanda invariata, il loro prezzo scenderà e questo significa tassi di interesse più alti per ottenere credito.

Questo fenomeno si chiama crowding out degli investimenti privati. A priori non possiamo sapere come verranno investiti i soldi raccolti dal settore pubblico. Saranno infrastrutture utili e costruite a prezzo di mercato? Grandi opere tanto costose quanto inutili? Ospedali e scuole oppure carri armati? Burocrazia, non si sa. Ciò che possiamo dire, però, è che poiché il settore pubblico risponde a incentivi politici (ottenere voti e potere) e non economici (fare profitti servendo meglio il consumatore), è probabile che la torta a disposizione domani sarà più piccola di quella ottenuta nell’esempio precedente.

Che cosa ci dice la Modern Money Theory in questo secondo caso?

Ci spiega che, indipendentemente da come sono stati spesi i soldi pubblici, ora il settore privato ha ha potuto accumulare una riserva di ricchezza finanziaria netta di 10 miliardi e lo ha potuto fare solo perchè ha acquistato asset che sono debiti del settore pubblico.

La conclusione della MMT è che il settore privato, in’economia chiusa, può risparmiare se e soltanto se il governo sta contemporaneamente facendo deficit e che se invece il governo ha il bilancio in attivo, costringe il settore privato ad indebitarsi (!). 

Da affermazioni fantasiose e fuorvianti (la ricchezza finanziaria netta del settore privato è un aggregato privo di senso e sicuramente è una cosa ben diversa dai risparmi) non si possono che ottenere conclusioni altrettanto sbagliate. 

Ma Barnard fa di più.

Il termine “net financial wealth”, nella traduzione italiana del nostro intellettuale preferito, è diventato semplicemente “wealth”, ricchezza, da cui quella frase che ho citato in apertura. 
Altro giro, altro gioco di prestigio.

Pagare tutti per pagare meno?

Ha fatto molto scalpore il blitz della Guardia di Finanza del 30 dicembre a Cortina. Come spesso accade, gli Italiani si sono subito divisi in due schieramenti di tifosi, quelli che plaudivano alla GdF per aver finalmente dato la caccia ai ricchi evasori e chi si è lamentato dei tempi e della modalità dei controlli, che da un lato avrebbero sottoposto la famosa località vacanziera alla gogna mediatica e dall’altro avrebbero provocato gravi disagi a turisti e albergatori proprio nel periodo delle feste, facendo scappare i turisti.


Quello che si può dire sull’operazione Cinepanettone, e del suo follow up a Portofino, è che è stato un gigantesco spot mediatico con un messaggio ben preciso: “Certi comportamenti non saranno più tollerati”. Giusta o sbagliata che sia, sicuramente è stata efficace.

Veniamo invece a cosa non si può dire dell’operazione di Cortina ed in generale della lotta all’evasione fiscale.

Non si può dire, come invece afferma il premier Mario Monti, che l’evasore mette le mani nelle tasche degli Italiani onesti, aumentando il loro carico fiscale. Questa frase è falsa tanto quanto la sua immagine speculare: “se tutti pagassero le tasse, pagheremmo tutti di meno”. Dite che non è vero? Lasciate che parlino i numeri.

Dichiara Attilio Befera, direttore generale di Equitalia, «Da gennaio a novembre 2011 la lotta all'evasione ha portato nelle casse dello Stato 10 miliardi di euro che, in base alle stime, dovrebbero essere saliti a 11 nell'intero anno».

Il trend è in crescita e dura da qualche anno. Questa la situazione complessiva riguardo il 2010...

... e questo il trend riferito al solo recupero evasione dell’Agenzia delle Entrate


Cosa è successo nel frattempo alla pressione fiscale? È forse calata in contemporanea al recupero dell’evasione? No, anzi aumenterà ancora nei prossimi anni.


Tra l’altro questi dati si riferiscono alla pressione fiscale rapportata al PIL, che comprende anche il sommerso. Come ci ricorda Ricolfi, «la pressione fiscale effettiva sull’economia regolare è invece intorno al 60%, la più alta del mondo sviluppato».

Facciamo però attenzione. Non possiamo dire che oggi paghiamo il 60% di tasse mentre se pagassero tutti questo numero scenderebbe al 45%, queste percentuali sono semplici calcoli fatti a posteriori, sui numeri aggregati. 

Le leggi fiscali, infatti, sono tali per cui se tutti pagassero le tasse allora tutti pagherebbero il 60%!
Inoltre l’equazione “pagare tutti = pagare meno” ha validità solo se la spesa rimane invariata, ma il Leviatano ha tanta fame e più denaro entra, più spende. Le maggiori entrate dovute al recupero dell’evasione andrebbero quindi subito a costituire nuove voci di spesa, non rimborsi ai contribuenti che han sempre pagato. A questo proposito ve le ricordate le litigate interne al governo Prodi su come spendere il famoso “tesoretto”?

Dopotutto Jean Baptiste Colbert, Ministro delle Finanze del Re Sole, diceva che «l'arte del tassare consiste nello strappare ad un'anatra il massimo numero di penne con il minimo di sibilli». Aumentando il numero di anatre si incrementa soltanto la quantità di penne da strappare.

In conclusione ben vengano i blitz della Gdf che individuano gli evasori ma questo a patto che si metta finalmente mano alla spesa pubblica, tagliandola in modo deciso e contemporaneamente si riduca la pressione fiscale. Altrimenti staremo solo a beccarci tra anatre, mentre i governi ci spennano per bene.

Comprendere il debito pubblico


«E di conseguenza se il governo in questione spende acquistando più di quanto incassa, cioè se versa più denaro al netto fra i cittadini di quanto gliene tolga con le tasse (se spende a deficit), questo arricchisce la società. Cosa avete appena letto? Avete letto proprio che il governo a moneta sovrana che spende a deficit, cioè che spende a debito, crea ricchezza nella comunità. Ecco dimostrato che il debito cosiddetto pubblico non è affatto il debito dei cittadini, anzi, il contrario. Si può infatti affermare che esso è ciò che noi cittadini intaschiamo, non ciò che noi cittadini dobbiamo a qualcuno»

Non so se ricordate queste farneticazioni, ma provengono dal saggio di Paolo Barnard, “Il più grande crimine”, una sorta di rivistazione “spaghetti e mandolino” delle curiose, chiamiamole così, teorie economiche della MMT (Modern Money theory) di Warren Mosler e soci. 

Non è di loro, però, che voglio parlare ma di Krugman. Basta il buon senso per liquidare con una grassa risata chi ti dice che il debito pubblico è ricchezza per i cittadini ma allo stesso tempo è pur vero che il debito di uno Stato è cosa un po’ diversa dal debito privato di una famiglia, ed è qui che entra il gioco il nostro premio Nobel preferito.

Krugman si lamenta infatti di quegli “irresponsabili” che in mezzo ad una crisi economica gravissima come quella attuale, invece di focalizzarsi su come stimolare la crescita e creare nuovi posti di lavoro, sono preoccupati di come ridurre il deficit di bilancio. Certo, ammette il professore di Princeton, nel lungo periodo il debito “può essere un problema” ma questi “esperti” ci dicevano che lo sarebbe stato anche nel breve ed invece i tassi di interesse dei T-bond sono ai minimi storici. Inoltre, continua Krugman, questi “irresponsabili” che paragonano il debito pubblico a quello di una famiglia, non hanno capito nulla nemmeno degli eventuali problemi di lungo periodo e comunque ne esagerano la gravità, per due motivi:

Le famiglie devono ripagare i loro debiti, i governi no

«Tutto quello che devono fare è assicurarsi che il debito cresca più lentamente della base imponibile. Il debito derivato dalla Seconda Guerra Mondiale non è mai stato ripagato; è solamente diventato sempre più irrilevante mentre l’economia americana cresceva, e con essa il reddito soggetto a tassazione»

In pratica Krugman ci dice che ciò che importa non è il valore nominale del debito pubblico ma il suo rapporto con il PIL e finché questa fraziona decresce, il governo può dormire sonni tranquilli e continuare a spendere tranquillamente in deficit.

Non ci credete? Guardate questi grafici.

Il primo rappresenta il rapporto debito/Pil degli Stati Uniti nei dieci anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. 


Il secondo fa la stessa cosa per l’Italia dal 1998 al 2008


Secondo la logica di Krugman le due situazioni sono molto simili, no? Si potrebbe quasi affermare che dalla crisi del 2008 l’Italia ne uscirà meglio degli altri e non avrà nessun problema a ricollocare il proprio debito pubblico, ooops.

In realtà la logica di Krugman è sbagliata in quanto anche la capacità di ottenere credito di una famiglia dipende da quello che è il suo reddito. Quando andiamo in banca a chiedere un mutuo la prima cosa che ci viene chiesta è la nostra busta paga e la nostra situazione economica è decisiva nel determinare quanto credito la banca è disposta a concederci. Da questo punto di vista le differenze tra il debito statale e quello di una famiglia non sono poi così tante.

Lo dobbiamo a noi stessi

«In secondo luogo una famiglia iper-indebitata deve i soldi a qualcun altro; invece il debito pubblico degli Stati Uniti, per la maggior parte, sono soldi che dobbiamo a noi stessi.
Questo era chiarissimo per quanto riguarda il debito contratto per vincere la Seconda Guerra Mondiale. I contribuenti avevano sulle spalle un debito che era molto maggiore, come percentuale del PIL, che il debito odierno; ma questo debito era nei portafogli degli stessi contribuenti, ovvero le stesse persone che avevano comprato i titoli di debito. Quindi quel debito non ha fatto diventare l’America più povera nel dopoguerra»

Facciamo attenzione. Con questo ragionamento Krugman intende “liquidare” chi afferma che i governi che fanno deficit spending stanno scaricando sulle generazioni future il peso delle loro politiche irresponsabili. Immaginiamo infatti che il governo contragga oggi un bond a 100 anni per 100 euro che viene acquistato da Giovanni in un “Btp day”. Nel 2112 Giovanni non c’è più e a dover rimborsare il bond a suon di tasse è suo nipote Riccardo ma attenzione! Riccardo ha ereditato anche il bond per cui si trova a pagare... se stesso.

Krugman non sta dicendo che la spesa pubblica farà certamente crescere il paese e quindi Riccardo nel 2012 sarà tanto più ricco di Giovanni che ripagare il debito  per lui non sarà un problema. Sta affermando invece che poiché Riccardo sarà contemporaneamente pagatore e beneficiario di quel debito  si tratterà soltanto di una partita di giro e l’ammontare del debito stesso sarà irrilevante.
A prima vista il ragionamento potrebbe quasi sembrare ragionevole per cui è meglio fermarsi un attimo e chiarirsi le idee, con un esempio, tratto dal blog di Robert Murphy.

Consideriamo soltanto due periodi. Nel primo periodo, il vecchio Abramo ha un albero che produce 100 mele. C’è anche un giovane Filisteo che ha un albero simile che rende 100 mele. Nel secondo periodo Abramo ed il suo albero sono morti, ma il giovane Isacco è nato. Anche Isacco ha un albero che rende 10 mele ed inoltre c’è ancora il vecchio Filisteo con il suo albero. Dopo questo periodo sono tutti morti.
Scenario 1) Il governo, durante il primo periodo, spende 10 mele in deficit per finanziare i consumi di Abramo. Il Filisteo presta volontariamente al governo 10 mele ed il governo promette di pagargliene 12 nel secondo periodo.
Inizia il secondo periodo ed il governo si presenta da neonato Isacco, “Ciao, benvenuto al mondo. Dacci 11 mele o ti ammazziamo”. Isacco fa come gli dicono ed il governo paga il debito con il FIlisteo
Ricapitolando, nel periodo 1 Abramo ha consumato 110 mele mentre il Filisteo 90. Nel periodo 2, invece, Isacco ha mangiato solo 89 mele mentre il Filisteo 111.

Qui siamo nel caso del “debito verso altri” e non credo che nessuno potrebbe sostenere che le 10 mele che Abramo ha consumato in più non sono state pagate (con gli interessi!) dal figlio isacco. Ora cambiamo un poco le carte in tavola.

Scenario 2) Come il primo scenario ma all’inizio del periodo 2 Isacco compra dal Filisteo il titolo di debito per 11 mele. Il governo quindi lo tassa per 11 mele e poi gliele rigira per saldare il conto.

Chi si accolla il peso delle 10 mele consumate da Abramo nel primo periodo? Sempre Isacco e niente cambia se nel secondo periodo Isacco ed il Filisteo si mettono volontariamente d’accordo per scambiarsi mele e bond cinque minuti prima che passi il governo a tassare.

Scenario 3) Ora non c’è più il Filisteo ed Isacco vive in entrambi i periodi. Nel primo periodo presta 10 mele al governo. Nel secondo periodo il governo lo tassa per 11 mele e poi ripaga il debito.

Questo è lo scenario del “tutto fatto in casa” e, se considerato separatamente, sembrerebbe dare ragione a Krugman: nel secondo periodo Isacco mangia 100 mele, tante quante ne aveva prodotte.
Ed invece qualcosa perde, vediamo di capire perchè.

Nel primo periodo, a fronte di una produzione totale di 200 mele (100 da Abramo e 100 da Isacco), il primo, grazie all’intervento del governo, ne può consumare dieci in più. Isacco, d’altro canto, ha volontariamente prestato 10 mele al governo con l’idea di poter consumare 11 addizionali nel periodo successivo.

Quindi nel periodo 1 abbiamo un “vincitore” Abramo e nessun “perdente” (Isacco ha prestato volontariamente le mele al governo)

Nel secondo periodo, invece, ecco materializzarsi la fregatura per Isacco, che a fronte di una produzione di 100 mele era convinto di poterne mangiare 111 ed aveva infatti tirato la cinghia nel periodo precedente proprio per consumarle ora. Invece arriva la longa manus del governo che gli sottrae le 11 mele necessarie per estinguere il debito. Isacco si ritrova quindi con 11 mele in meno.

In conclusione nel secondo periodo non abbiamo nessun “vincitore” ma c’è  un “perdente”, Isacco, che paga ora, con gli interessi, il consumo extra di Abramo del periodo precedente. Proprio come noi in Italia paghiamo oggi gli sperperi, le pensioni baby e i “diritti acquisiti”  di chi ci ha lasciato questo enorme debito pubblico sul groppone.

Dicevo in apertura che qualcosa di diverso c’è tra il debito di una famiglia ed il debito pubblico, il perchè ce lo spiega Rothbard:

«La transazione del debito pubblico, poi, è molto diversa dal debito privato. Invece di un creditore con una bassa preferenza temporale che scambia soldi per un IOU di un debitore con una preferenza temporale alta, il governo ora riceve i soldi dai creditori, entrambe le parti si rendono conto che il denaro verrà pagato non dalle tasche dei politici e dei burocrati, ma dai portafogli e dalle borse saccheggiate dei contribuenti sfortunati, i cittadini dello Stato. Il governo prende i soldi dalle tasse coercitive; e che i creditori pubblici, lungi dall'essere innocenti, sanno benissimo che i loro ricavi verranno fuori dalla stessa coercizione. In breve, i creditori pubblici sono disposti a consegnare il denaro al governo oggi al fine di ricevere una quota del bottino fiscale in futuro. Questo è l'opposto di un libero mercato, o una transazione veramente volontaria. Entrambe le parti sono immoralmente inclini a partecipare alla violazione dei diritti di proprietà dei cittadini nel futuro. Entrambe le parti, dunque, stanno facendo accordi sulla proprietà altrui, ed entrambi meritano il dorso della nostra mano. L'operazione di credito pubblico non è un vero contratto che deve essere considerato sacrosanto, come non dovrebbe essere considerato un contratto sacrosanto i ladri che dividono le loro quote di bottino in anticipo.»

 Quindi, quando parliamo di debito pubblico siamo di fronte ad un caso particolare non perchè quest'ultimo generi ricchezza per i cittadini e neppure perchè si tratta di qualcosa di cui non dobbiamo preoccuparci, perchè tanto verrà rinnovato eternamente e si tratta in ogni caso di denaro che dobbiamo a noi stessi.

Dobbiamo preoccuparci invece e molto seriamente! Oggi stiamo vivendo i risultati di una rapina ai danni della nostra generazione che è stata portata avanti per decenni, con il benestare di chi allora ha beneficiato di parte del bottino.

Ogni volta che chiediamo allo Stato di spendere in deficit, di darci questo o quel servizio gratuitamente, quando parliamo di "diritti" per riferirci a cose futile che "diritti" non sono, quando vogliamo redditi garantiti, posti di lavoro garantiti, successi garantiti, pensiamoci per bene.

Ciò che stiamo chiedendo, in realtà e di partecipare alla spartizione di un bottino, ad essere complici di una rapina, ai danni dei nostri figli e dei nostri nipoti, proprio come è stato fatto con noi.

Pensiamoci per bene.